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Gli occhiali giusti per vedere dove va il mondo

IL 117 11.12.2019

Emergenza climatica ed evoluzioni sociali: la lente della demografia è l’unico strumento che abbiamo a disposizione per decifrare la complessità e i cambiamenti del nostro tempo. E capirci qualcosa

Per capire come il mondo sta cambiando e quali scenari ci attendono, dobbiamo indossare le lenti della demografia. Prima di tutto per la chiave di lettura che offre, mettendo al centro i meccanismi del rinnovo generazionale. In secondo luogo perché le grandi trasformazioni di questo tempo, che possiamo sintetizzare con quattro “i”, sono direttamente o indirettamente legate alle dinamiche demografiche: si tratta dell’invecchiamento della popolazione, dell’immigrazione, dell’innovazione tecnologica e dell’impatto ambientale.

Il mondo non è immobile perché non viviamo come esseri immortali sempre uguali a noi stessi. Ma non è immobile anche perché le nuove generazioni non arrivano per essere uguali alle precedenti e vivere come facevano i genitori e nonni. Fino alla rivoluzione del Neolitico la nostra specie non era molto diversa dalle altre nel modo di vivere. Ogni giorno doveva trovare il cibo per sfamarsi cacciando e raccogliendo quello che trovava. Il passaggio da nomade a stanziale, da cacciatore ad allevatore, da raccoglitore a coltivatore, ha fatto nascere uno dei concetti più potenti nell’azione umana, quello di futuro. Nell’idea di futuro c’è quello che ancora non c’è. Ovvero quello che desideriamo ottenere o che rimanga dopo di noi, usando un tempo per realizzarlo che va oltre il presente. C’è differenza tra cacciare una preda e allevarla, tra raccogliere il frutto di una pianta selvatica e coltivarla. Prima di ottenere il raccolto è necessario preparare il terreno, seminarlo e averne cura. Ma con il Neolitico si formano anche i primi nuclei di città, si intensifica il commercio, si specializzano funzioni e attività, si mettono assieme idee ed energie che vanno oltre la sfera del singolo e che possono trasformarsi in progetto collettivo. Diventano possibili opere ambiziose, impensabili prima del Neolitico, come le piramidi e successivamente i castelli e le cattedrali.

È un mondo che cambia lentamente e nel quale il futuro è immaginabile e prefigurabile nell’orizzonte della vita di una persona. Un mondo nel quale un quindicenne vedendo il lavoro del padre e le condizioni del nonno, può immaginare la vita che farà alla loro stessa età, può formare una propria idea di come la vorrebbe diversa, ma con poche possibilità di riuscirci.

Si entra nella modernità quando si fa strada una nuova idea rivoluzionaria, quella di un futuro diverso possibile. Questa idea è il messaggio principale dei Promessi sposi di Alessandro Manzoni. Nel mondo in cui c’è l’oppressione della natura, che espone al male invisibile della peste, e dei soprusi dei forti contro i deboli, a un certo punto si apre la possibilità di immaginare un destino migliore per i figli. Il romanzo non si conclude con il matrimonio di Renzo con Lucia, ma con un riferimento ai figli che apre al dopo: «Volle che imparassero tutti a leggere e a scrivere», nella convinzione che, «giacché la c’era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro».

Proprio la scomparsa della peste è il primo elemento di discontinuità che si produce tra il mondo in cui viviamo oggi e quello che è durato per millenni dal Neolitico fino all’età moderna, prima ancora dell’invenzione della macchina a vapore. Si tratta di un cambiamento del sistema demografico. La peste e le altre grandi epidemie erano, come ricorda lo storico economico Carlo Maria Cipolla, il fattore principale di riequilibrio della tensione continua tra popolazione e risorse.
Saltato tale freno, per un concorso di fattori, la popolazione inizia a crescere e le condizioni a peggiorare, senonché cambia anche l’atteggiamento dell’Uomo nei confronti della realtà in cui vive. La pressione demografica diventa così spinta a potenziare la capacità di conoscere il mondo, raffinando il metodo scientifico, e a migliorarlo, attraverso l’innovazione tecnologica e la rivoluzione industriale. La specie umana di fatto conquista tutto il pianeta e arriva anche a proiettarsi, nel suo viaggio accelerato verso il futuro, nello spazio facendo scalo sul satellite lunare. Senza avere davvero una necessità di andare sulla Luna, ma mossa dal desiderio di immaginare i propri figli oltre i confini che vincolavano le condizioni del passato.

Ma prima di arrivare sulla Luna è stato un altro desiderio quello che nei tempi nuovi si è voluto realizzare: quello di trasformare il rischio di morte dei figli da condizione comune a evento raro. All’inizio del XIX secolo la mortalità infantile era ancora elevatissima ovunque e nessun Paese del mondo aveva un’aspettativa di vita superiore ai 40 anni. Solo una minoranza di persone arrivava alle soglie dell’età anziana. Il cambiamento principale che caratterizza il mondo in cui viviamo è proprio quello del passaggio dalla quantità dei figli all’investimento sulla qualità, in termini di salute, formazione, progetti di vita, opportunità di partecipazione attiva ai processi di produzione di benessere collettivi. Ma è sempre più anche il passaggio dall’aggiunta di quantità di anni di vita all’aumento della vita di qualità in tutte le stagioni dell’esistenza umana.

Una delle ricadute più evidenti della riduzione della mortalità è l’accentuata crescita della popolazione, passata su scala mondiale da 1,6 miliardi a inizio del XX secolo a 6,1 miliardi con l’entrata nell’attuale. Dopo una crescita esuberante, i ritmi di incremento demografico sono ora in rallentamento, come conseguenza della riduzione della natalità. Attualmente la popolazione del mondo è sopra i 7,5 miliardi e prima di stabilizzarsi è previsto che si aggiungeranno entro il 2100 altri tre miliardi.

Più che la crescita in sé della popolazione le sfide che oggi pone la demografia riguardano le quattro “i” indicate all’inizio. La prima è quella dell’impatto ambientale, ovvero la necessità di rendere sostenibile, nell’accezione più ampia, la presenza sul pianeta di oltre 10 miliardi di persone. Se vogliamo vivere meglio alla fine di questo secolo, questa sfida deve diventare una opportunità per mettere le basi di un modello di sviluppo centrato più sulla qualità dei consumi che sulla quantità. La seconda sfida è quella dell’innovazione tecnologica, che deve essere l’occasione per aumentare, e non compromettere, la valorizzazione delle specificità antropologiche delle nuove generazioni all’interno di processi di produzione di nuovo benessere in ambienti sempre più automatizzati.

La terza sfida è quella dell’immigrazione. La crescita dei flussi migratori può ridurre squilibri demografici ed economici, diventando stimolo per crescita e mobilità sociale, solo se diventa spinta positiva a migliorare la cooperazione tra Stati, le politiche interne di integrazione, lo sviluppo delle competenze interculturali, il valore della diversità nelle organizzazioni.

Infine, la sfida dell’invecchiamento della popolazione, processo che a regime sarà legato solo all’aumento della longevità. In questa fase di passaggio è però accentuato dalla denatalità che ridimensiona la componente giovanile e quella al centro della vita produttiva, con implicazioni sociali, economiche e politiche.

Si tratta di sfide interdipendenti che non possono essere vinte ciascuna ignorando le altre, e non possono nemmeno essere comprese e affrontate senza indossare le lenti di lettura della demografia.

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