Magazine / Viaggio

Il cielo sopra la Basilicata

di Alberto Giuliani
fotografie di MICHELE AMORUSO
IL 117 03.12.2019

Sergei Schmalz nella cupola del suo osservatorio a Castelgrande (Potenza)

Di notte, sulle montagne lucane, l’aria è così limpida che sembra di affacciarsi sulla Via Lattea. Lì, in un piccolo osservatorio, lavora un astronomo arrivato dalla Siberia che, mentre cerca tra le stelle detriti e rifiuti spaziali, prova a intravedere anche il futuro dell’umanità

Ci sono persone che della geografia non sanno che farsene, perché non si muovono guardando i propri piedi, ma seguendo una mappa fatta di stelle. Succede così che un giovane nato nel cuore della Siberia brezneviana, cresciuto nelle steppe della Kamchatka e fuggito oltre la Cortina di ferro quando aveva solo tredici anni, finisca per trovare la sua missione a Castelgrande, un paesino di novecento anime tra le montagne della Basilicata. Non si tratta di amore, o almeno non quello del corpo. Ma piuttosto di una sfida, con se stesso e con la sorte dell’umanità.

Sergei Schmalz, matematico quarantaduenne con una figlia a Berlino e la fidanzata a Mosca, passa le notti nel silenzio delle montagne lucane a osservare il cielo con un telescopio. Chino nel suo piccolo osservatorio, annota con minuziosa perizia migliaia di dati, coordinate e numeri. Quello che vede il suo occhio viene elaborato da algoritmi sofisticati, masticato da calcolatori, per arrivare dopo qualche istante all’Istituto di Matematica Applicata di Mosca e da lì, in tutto il mondo. Come un guardiano sulla soglia delle galassie, prende nota del passaggio di detriti, rifiuti spaziali, asteroidi, e ogni altro brulicare del cosmo che possa rappresentare un pericolo per la vita dell’uomo sulla Terra o nello spazio. «Nel mio lavoro non c’è tempo per i sentimenti e non c’è scelta», dice. «Qualcuno lo deve fare, perché la quantità di rifiuti che abbiamo lasciato lassù è enorme. Di questo passo, in un paio di decenni non saremo più in grado di andare in orbita senza rischiare una collisione disastrosa».

L’arco di ingresso. Per prenotare una visita occorre scrivere a Sergei sulla pagina Facebook dell’Osservatorio astronomico di Castelgrande. Una visita dura circa 90 minuti e costa da 20 a 50 euro a seconda del numero di persone.

L'osservatorio durante una visita guidata

Satelliti dismessi, vecchi rover, equipaggiamenti abbandonati come zavorra prima di iniziare il viaggio di ritorno. E ancora libri, monete, foto di famiglia, reperti terrestri che gli astronauti hanno portato con sé per iniziativa personale. Lo scempio perpetrato sulla Terra lo stiamo riproducendo anche nello spazio, e sembra oggi profetica la prima fotografia scattata nel 1969 da Neil Armstrong, dopo aver messo piede sulla Luna. Forse per provare l’apparecchio, infatti, l’astronauta ritraeva accanto alle gambe del modulo Eagle un sacchetto di rifiuti, gettato dall’abitacolo ancor prima di scendere sul suolo. «È solo una questione di fortuna se ancora non ci sono stati incidenti significativi», spiega Sergei, che lo scorso anno ha seguito la caduta della stazione spaziale cinese. «È arrivata sulla Terra con la dimensione di un autobus. È caduta nel Pacifico, ma non sarebbe stato preoccupante neppure se fosse caduta su un centro abitato», spiega, con il tono di chi legge la vita attraverso i numeri senza emozioni né ironia. «Se invece ci avesse colpito 2019 OK, ecco quello sarebbe stato un fatto serio», dice, riferendosi all’asteroide del diametro di cento metri che il 25 luglio scorso ha sfiorato la Terra.

È una vita solitaria quella di Sergei, che dorme di giorno e vive di notte. Solo all’alba e all’imbrunire incrocia le vite degli altri, ma quei brevi momenti di luce si sono fatti indispensabili per la sua sopravvivenza. Dopo i primi mesi vissuti nel suo osservatorio, circondato solo dagli altopiani che dominano il paesaggio, ha sentito il bisogno di andare a vivere in paese, anche se non ha la patente e si deve spostare in bicicletta.

Conduce una vita semplice, fatta di pochi incontri, il caffè al bar e il giornale della mattina. Poi si mette sulle spalle lo zaino col computer e pedala sulla sua mountain bike rossa, su per la salita, oltre le luci del paese. Non lo spaventano il vento che soffia forte o il freddo pungente delle sere d’autunno. Sergei prende quel tragitto di pochi chilometri come un rito di passaggio, tra la finitezza umana e l’evidenza della sua precarietà. «In queste zone, al calar del sole la volta celeste appare maestosa. A volte mi sembra di pedalare nel cielo», ammette, con l’orgoglio di chi sa che ha una missione da compiere e che, se il clima si fa troppo duro o la neve copre la strada, può sempre contare sull’aiuto di qualche auto di passaggio.

Una galleria del parco tematico “Viaggio nel Cosmo” (mai ultimato e ormai in stato di abbandono)

Una panoramica del borgo di Castelgrande, a 950 metri di altitudine. Il paese conta circa 900 abitanti

La cupola del planetario del parco tematico “Viaggio nel Cosmo”

Davanti all’imprendibile vastità di queste montagne, si comprende che i luoghi non sono definiti nella loro essenza dallo spazio naturale, ma da ciò che gli uomini vi costruiscono. E nei segni di chi lo ha preceduto, Sergei ha trovato qualcosa che va oltre il lavoro; ha trovato l’asse terrestre del suo esplorare.

Il cielo di queste montagne è tra i meno inquinati d’Europa e quando scende la notte, sembra di essere affacciati a una finestra sulla Via Lattea. I primi ad apprezzare la purezza dell’aria di questo luogo furono i ricercatori della Società Astrofisica Britannica, che nel 1965 intrapresero i primi studi per la costruzione di un grande telescopio. Arrivarono poi le università italiane, quelle tedesche e i russi. Ma come spesso accade in questa nostra Italia, le risorse vivono momenti alterni di gloria e oblio.

Quando Sergei arrivò due anni fa, si trovò con un osservatorio abbandonato e un telescopio coperto di polvere. «Mi domandai se ce l’avrei mai fatta», racconta, «ma recuperando le tracce di chi mi ha preceduto, sto costruendo qualcosa di cui sono molto fiero». Nel suo italiano posato e impeccabile, evita i verbi al passato perché per lui tutto è un divenire e nulla mai finisce. Ama definirsi «un cercatore prima di essere un ricercatore» perché è insaziabile la sua voglia di conoscere. «Cerco di comprendere il mondo, nella maniera più aperta e inclusiva possibile. Solo guardandolo da lontano lo si può capire in profondità», spiega.

Una scala di controllo del territorio nella campagna circostante

Una teca del progetto “Passeggiando nel Sistema Solare”, dedicata a Mercurio

Il cielo sopra la Basilicata

Nei suoi occhi arde il fuoco dei pionieri, che si rinnova ogni notte tra le stelle, nell’aria pungente di questo cielo terso. E la tenerezza, di chi ha imparato a stare solo senza sentirsi perso. «Quando arrivo all’osservatorio prima del tramonto, mi siedo su quella pietra laggiù», dice indicando un grosso sperone di roccia che emerge da un declivio erboso. «Osservo il sole, l’orizzonte che si incendia e conto le stelle comparire nel blu, una a una, chiamandole per nome come facevo da piccolo, in Kamchatka». Sergei ricorda con emozione una notte d’estate dei suoi sette anni, in cui lo zio lo portò a guardare il cielo con un binocolo.

Steso sulla terra umida tra vulcani e tundra, Sergei scoprì che quello che aveva sulla testa era infinitamente più grande di quello che aveva sotto i piedi. In quell’istante, nell’abbraccio del firmamento, ogni confine terreno smise di avere senso per lui. «Nelle pieghe del cielo c’è scritta la storia e si nasconde il futuro dell’umanità. Credo che un cielo così lo debbano vedere tutti», dice, allargando le braccia come ad abbracciare quest’armonia dell’immenso.

Chiudi