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Il rock è diventato vecchio e mostra il suo lato fragile

06.12.2019

Pete Townshend e Roger Daltrey: gli Who, oggi

Durante le session di “WHO” Roger Daltrey e Pete Townshend non si sono mai incontrati. E in questo disco fragile e imperfetto dimostrano che fare rock elettrico e chiassoso a metà strada fra i 70 e gli 80 anni d’età è un’impresa bella e disperata

«Spero di morire prima di diventare vecchio», cantavano gli Who nel 1965. «Sono troppo vecchio per combattere», cantano oggi. In mezzo, c’è la parabola della band inglese e di un pezzo di musica rock. Era stato il chitarrista e autore Pete Townshend a mettere in bocca al cantante Roger Daltrey la massima sul morire giovane. Abitava nell’elegante quartiere londinese di Belgravia e osservava i coetanei ben instradati verso carriere di successo, ma già vecchi e inquadrati. Non poteva immaginare che sarebbe invecchiato, eccome, suonando quelle canzoni piene di rabbia e disgusto. Ora che gli Who s’apprestano a pubblicare un nuovo album, il primo dal 2006 – s’intitola semplicemente WHO, uscirà il 6 dicembre – ci si domanda se nel pop vi sia spazio per settantenni che tentano di dare un senso al mondo usando un linguaggio sonoro nato mezzo secolo fa.

Racchiuso da una copertina ultrapop che richiama quella di Face Dances del 1981 – del resto l’autore è lo stesso, il Peter Blake di Sgt. Pepper’s dei Beatles – e annunciato da un titolo che ha qualcosa di definitivo, WHO racchiude un’unica, grande domanda: questa musica ha ancora senso? Gli Who fanno di tutto per convincerci che ce l’abbia e riempiono le canzoni con continue esplosioni elettriche e richiami al vecchio repertorio, cimentandosi per noia o voglia di rinnovamento in qualche passaggio maldestro, come il finale flamencato. Roger Daltrey detesta prendere posizione, ma Pete Townshend non resiste alla tentazione di fargli cantare qualche dramma del nostro tempo. E così, Street Song è ispirata all’incendio della Grenfell Tower del 2017, mentre Ball & Chain parla di Guantanamo.

WHO non è però un disco politico. Vira a tratti verso la spiritualità freak tipica dei tardi anni Sessanta. Beads On One String cita una frase del guru Meher Baba sull’unità delle religioni, I’ll Be Back tratta di vita dopo la morte. Hero Ground Zero è invece parte di un’opera rock che Townshend intende completare, chiamata The Age of Anxiety, come il romanzo che ha appena pubblicato. «Non voglio diventare saggio», canta a un certo punto Daltrey. I Don’t Wanna Get Wise somiglia a mille altre canzoni degli Who, con in più (o in meno) la consapevolezza derivante dalla terza età. Ascoltare un uomo di 75 anni cantare parole adatte alla sua età è un sollievo in un’epoca in cui le vecchie star fingono maldestramente di vivere un’eterna giovinezza.

Roger Daltrey e Pete Townshend somigliano sempre più a una coppia d’anziani coniugi che non si sopportano, ma continuano a convivere assieme per abitudine, per convenienza, per sentirsi vivi.

Durante le session di WHO non si sono mai incontrati. Hanno registrato le loro parti in due luoghi differenti, con due diversi produttori. In questo disco fragile e imperfetto dimostrano che fare rock elettrico e chiassoso a metà strada fra i 70 e gli 80 anni d’età è un’impresa bella e disperata. Townshend porta un apparecchio acustico e non scrive più canzoni lucide e potenti. Daltrey ha una voce incerta e non riesce più a replicare le spettacolari performance degli anni 70. I giorni in cui erano giovani, creativi e rivoluzionari non torneranno più, ma nel dirci che sono ancora vivi i due amici-nemici ci mettono di fronte ai loro e ai nostri limiti. Il rock non è morto, è solo parecchio invecchiato.

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