Magazine / Storiacce

La bomba che cambiò l’Italia

10.12.2019

L’archivio di Stato di Milano, in via Senato

Dopo cinquant’anni di veleni e amare sentenze, alla vigilia dell’anniversario di piazza Fontana è necessario tornare qui, all’archivio di Stato di Milano. Perché solo le carte dell’epoca, ci dice Benedetta Tobagi, possono raccontare allo storico la verità dei fatti accaduti

Due piani giù. Poi a destra, attraverso il corridoio degli atti notarili. Quindi, ancora più in basso. Eccoli. Accesa la luce, ecco in fondo agli scaffali le carte che hanno cambiato l’Italia. I faldoni su piazza Fontana. Con un timbro: «Interesse storico». Cinquant’anni dopo, è qui che bisogna tornare, all’archivio di Stato di Milano. Per studiare la storia della bomba che aprì la Notte della Repubblica. Ecco le carte, ormai ingiallite, dal tempo e dall’umido, della strage del 12 dicembre 1969 alla Banca dell’Agricoltura. Diciassette morti, 88 feriti. Tre processi, dieci dibattimenti, 36 anni di udienze. Nessun colpevole. Ma quando si slegano le fettuccine che stringono i raccoglitori, la prospettiva cambia.
«Tornare alle fonti significa tornare alla carne e alle ossa del primo processo», premette Benedetta Tobagi, mentre solleva i pesanti faldoni richiesti per la consultazione. La storica, che da tempo studia la stagione dell’eversione («A partire da un’esigenza fortissima, dettata dalla mia vicenda familiare», racconta) ha analizzato a lungo queste carte per scrivere il suo ultimo saggio Piazza Fontana, il processo impossibile (Einaudi), primo di una serie di libri pubblicati alla vigilia dell’anniversario: Piazza Fontana. Il primo atto dell’ultima guerra italiana (Garzanti) di Gianni Barbacetto; Piazza Fontana per chi non c’era (Nutrimenti) di Mario Consani; La bomba. Cinquant’anni di Piazza Fontana (Feltrinelli) di Enrico Deaglio.

Il silenzio delle sale dell’archivio di Stato aiuta a sgombrare la memoria da mezzo secolo di depistaggi e veleni; di vittime innocenti e capri espiatori. Allontana il rumore delle polemiche e l’enfasi delle cronache. Qui parlano solo le carte: l’obiettivo che ci siamo dati, quando decidiamo di immergerci di nuovo dentro i misfatti della “madre di tutte le bombe”. Esattamente un anno fa, avevamo già raccontato sulle pagine di IL i giorni di piazza Fontana, ma dalla prospettiva di Licia Pinelli, vedova del ferroviere anarchico, divenuto la diciottesima vittima innocente, precipitato da una finestra della Questura. Nel tempo, troppi fatti hanno allontanato e inquinato l’accertamento della verità. Per fare ordine, non si può che tornare all’inizio del cammino.

È qui, nell’enorme mole di documenti acquisiti per il primo, lunghissimo processo, celebrato a Catanzaro, che si formano infatti quelle prove, rivalutate poi nell’ultimo verdetto. Quando la Corte di Cassazione nel 2005 dirà che la strage del 12 dicembre era attribuibile alla struttura veneta di Ordine Nuovo, la più importante organizzazione terroristica di estrema destra, e che si potevano indicare come responsabili Franco Freda e Giovanni Ventura. Arrestati due anni dopo l’attentato, entrambi erano stati già processati e assolti in via definitiva. E poiché nessuno può essere giudicato due volte per lo stesso fatto, ecco che nessun colpevole paga per quei morti. Ma la Giustizia consegna comunque i loro nomi alla storia. «Per la prima volta viene importato in un documento giudiziario il tema della verità storica», sottolinea Tobagi. Anche il presidente della Corte del primo processo a Catanzaro aveva ammesso che in alcuni casi «il magistrato deva farsi scrittore di storia, per valutare in modo adeguato il materiale». «La lunghezza spropositata dei processi e il fatto che si arrivi a battere le piste autentiche solo dopo molti anni, determina che i tribunali debbano dotarsi di periti particolari: gli storici», riflette la scrittrice.

Ecco che allora, cambiata la prospettiva, questi vecchi faldoni parlano ancora attraverso materiale non consultabile altrove. Per esempio, l’elenco di tutte le persone che tra il 1973-74 erano andate a trovare il ministro della Difesa o l’allora presidente del Consiglio, Giulio Andreotti. «Tra i nomi, spiccano Michele Sindona, il bancarottiere poi condannato per il delitto Ambrosoli, e i vertici dei servizi segreti». Uno degli aspetti valorizzati, nelle pagine de Il processo impossibile.

Alcuni documenti estrapolati dai faldoni relativi al primo processo sui fatti di piazza Fontana

Fu il pm Emilio Alessandrini, a cui all’inizio era stata tolta l’inchiesta sulla pista nera di piazza Fontana, a tornare a scavare – in una costola delle indagini trasferita a Milano – sui contatti tra terrorismo neofascista e servizi segreti, finendo per lambire alte sfere del potere. «Quella strage e la vicenda giudiziaria che ne seguì costituiscono un punto di svolta per l’Italia», disse lo storico Marco Revelli; l’Italia, «l’ha picchiata come un pezzo di ferro rovente su un’incudine», scrive Deaglio.

«Prima di allora, non si era venuti a contatto con i volti osceni del potere. E quel processo così seguito fu per il Paese, che stava attraversando un periodo di grandi speranze, un risveglio crudo», ricostruisce Benedetta Tobagi. «Ha reso evidenti gli abusi e le distorsioni a cui poteva essere sottoposta la giustizia». Da lì, maturò un’indistinta sfiducia verso le istituzioni e una diffusa retorica sui misteri insoluti. Da piazza Fontana in poi, molto sarebbe cambiato nel sentire dell’opinione pubblica. Quel processo diventò il primo processo politico. In molteplici accezioni: come pubblico palcoscenico che smaschera gli abusi, come caso che innescò interventi legislativi; accelerò anche – ricorda Tobagi – «la riforma dei servizi segreti, davanti all’assenza di una norma che inquadrasse i rapporti tra politica e 007».

Cinquant’anni dopo, l’Italia si confronta ancora sulla verità di piazza Fontana. Per anni, il Paese è stato diviso in opposte fazioni, così oggi poco resta, nell’opinione pubblica, di quanto in realtà effettivamente si conosce. Che non è poco, nonostante la mancanza di colpevoli. È anche per «favorire la conoscenza dei fatti, oltre che per preservare i documenti dal deterioramento» – spiega il direttore dell’archivio di Stato di Milano, Benedetto Luigi Compagnoni – che molto del processo su piazza Fontana è da tempo digitalizzato. Ora si vorrebbe fare un passo ulteriore: «Indicizzare gli atti, per facilitare la consultazione». Questo progetto, avviato insieme alla “Rete degli archivi per non dimenticare”, riguarda un lungo elenco di vicende giudiziarie che hanno segnato la storia d’Italia. Dai processi alle Brigate Rosse al Banco Ambrosiano, dalla banda Vallanzasca al suicidio Calvi, fino all’inizio di Mani Pulite o a casi più recenti, come il processo a Silvio Berlusconi, il rischio deterioramento è stato considerato elevato. Il costo per scannerizzare i documenti cartacei e indicizzare gli atti è stato stimato in 122mila euro. E si aspettano risposte dal ministero della Giustizia.

Nel frattempo, richiamate dal prossimo anniversario, non poche sono state le persone che, tra i 50 chilometri di documenti conservati all’archivio di Stato milanese, hanno chiesto di consultare quelli su piazza Fontana. Per tornare alle fonti. Per studiare. «Per fare ordine. Ma anche per allontanare certa retorica, diffusa nella sinistra extraparlamentare che ha flirtato con la violenza», scandisce Benedetta Tobagi. La sua voce diventa più ferma quando ripete che «non si può tollerare, come avvenuto per anni, che lo stragismo diventi un pretesto. Il terrorismo di sinistra non avrebbe avuto così tanti consensi se pezzi dello Stato non avessero avuto comportamenti vergognosi durante le stragi: è vero, ma il terrorismo brigatista non è stata una violenza difensiva. Lo stragismo è stato solo un catalizzatore: come nelle reazioni chimiche, ha agito per rendere più violenta e veloce la reazione».

E in quella violenta e veloce reazione cadde anche il padre di Benedetta, Walter Tobagi, inviato del Corriere della Sera, ucciso il 28 maggio 1980. Da allora, la figlia studia quegli anni. Per fare ordine e provare a capire. Senza retorica, solo con il ritorno alle fonti.

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