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La rivoluzione è Vedova

IL 117 05.12.2019

Sul pianeta Vedova pittura e scultura sono una cosa sola

L’artista veneziano, con i suoi ibridi di pittura e scultura, cercava una via astratta all’impegno. E la mostra a Palazzo Reale di Milano (dal 6 dicembre) dimostra che l’aveva trovata

«Nella sua mente, nel suo pensiero e nel suo armeggiare si percepiva la rivoluzione», così Georg Baselitz descrive Emilio Vedova (Venezia, 1919-2006), con il quale ebbe un rapporto di amicizia testimoniato dalla recente mostra Vedova by Baselitz. Applicato al grande pittore veneziano, il termine “rivoluzionario” assume un doppio significato. Sul piano artistico, in primis, con lo scardinamento dei canoni della pittura – la tela diventa un multiverso che non accetta limiti prestabiliti e reclama un rapporto effettivo con lo spazio. E sul piano etico-politico, dato che Vedova fece della sua pittura opera di testimonianza degli stravolgimenti del Novecento. Antifascista impegnato in prima persona nella Resistenza, membro del gruppo pittorico Corrente, è cofirmatario nel 1946 del manifesto Oltre Guernica, dove si legge tra l’altro: «Dipingere e scolpire è per noi atto di partecipazione alla totale realtà degli uomini […]. Consideriamo esaurita la funzione positiva dell’individualismo e ne neghiamo gli aspetti in cui si è corrotto (evasione, sensibilismo, intuizione)».

Emilio Vedova, “Absurdes Berliner Tagebuch ’64”, 1964

Guernica come riferimento e punto di ripartenza, dunque. Diventa così tanto più simbolico il luogo in cui il Palazzo Reale di Milano celebra ora il centenario di Vedova: la Sala delle Cariatidi, dove il capolavoro di Picasso fu esposto nel 1953 in uno spazio disastrato dai bombardamenti di dieci anni prima. Nella monografica su Vedova in apertura il 6 dicembre, iniziativa della Fondazione veneziana intitolata all’artista, il suo peculiare spazialismo viene sottolineato da una parete lunga trenta metri e alta cinque che attraversa la sala nel tentativo di “scardinare” lo spazio. Nella selezione di settanta opere, gli anni Sessanta e gli Ottanta sono i due periodi protagonisti. Ed è un campione significativo: con i Plurimi dei Sessanta il quadro diventa articolato, snodato, malleabile rispetto al luogo, ma anche capace di imprimergli la sua impronta democraticamente monumentale.

Gli anni Ottanta, con nuove soluzioni nella continua alternanza di bianco e nero e colore, confermano invece come l’opera di Vedova non diventò mai di maniera. I lavori in mostra di quel decennio, “dischi” allestiti direttamente sul pavimento, portano definitivamente a compimento l’ibridazione di pittura e scultura e completano come pianeti appena scoperti la cosmologia pittorica dell’artista. Se molte espressioni dell’Informale italiano risultano oggi segnate dal tempo, pur nell’importanza storica, l’arte di Vedova colpisce invece per forza e attualità. Nell’insieme, la sua opera conferma la possibilità di una via astratta all’arte impegnata, portando avanti una linea tracciata da esperienze come il gruppo Forma – il realismo alla Guttuso fu solo una delle strade utili a collegare estetica e realtà storico-sociale. Riletta oggi, la volontà di scardinare il rapporto tra opera e spazio rimane un gesto di anarchia rivoluzionaria, anche in un’epoca che si vuole a tutti i costi post-ideologica.
 

Emilio Vedova, Palazzo Reale, Milano dal 6 dicembre 2019 al 9 febbraio 2020
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