Magazine / Glocal

Prepariamoci alla grande festa, siamo 5 milioni

IL 117 16.12.2019

Studenti del St Patrick College alla Wellington University

La Nuova Zelanda si appresta a celebrare un traguardo storico, simbolico, dalle molte implicazioni pratiche

Lontana dal resto del mondo e spesso anche dalle cronache, la Nuova Zelanda si sta avvicinando a un traguardo importante: verso la metà del prossimo anno la sua popolazione raggiungerà i 5 milioni di abitanti. Può sembrare un risultato di poco conto, dal valore solamente simbolico, ma non è così: al contrario, è un evento che solleva tante questioni, principalmente di natura sociale, urbanistica e ambientale.

La crescita demografica della Nuova Zelanda è avvenuta gradualmente: ha toccato i due milioni di abitanti nel 1956, ha impiegato vent’anni per arrivare a tre milioni e poi altri trenta per raggiungere i quattro, nel 2006. Il passaggio a cinque milioni di abitanti ha richiesto, invece, soltanto quattordici anni, grazie a un aumento notevole dei flussi migratori: tra il 2013 e il 2018 l’immigrazione ha fatto “guadagnare” al Paese 270mila persone, provenienti principalmente dalla Cina, dall’India e dalle Filippine. Si prevede che entro i prossimi vent’anni il gruppo etnico asiatico conterà 1,4 milioni di individui, superando la popolazione Maori. Di recente, il governo neozelandese ha anche eliminato le restrizioni ai rifugiati dall’Africa e dal Medio Oriente, e alzato la quota massima annuale di richiedenti asilo a cui poter dare accoglienza.

Il “boom” demografico andrà però probabilmente a pesare su uno dei maggiori problemi della Nuova Zelanda, ovvero la distribuzione disomogenea della popolazione sul territorio. La maggior parte degli abitanti si concentrano nell’Isola del Nord (una delle due isole maggiori che costituiscono la nazione) e in particolare nella città di Auckland, mentre l’Isola del Sud risente dello spopolamento. Ad Auckland vive circa un terzo dei neozelandesi, ed entro la metà del secolo potrebbe ospitarne quasi la metà. La metropoli è già congestionata, servita da una rete di trasporto pubblico poco efficiente, e sia il costo della vita sia il prezzo delle case sono molto alti. La necessità di costruire nuovi alloggi, così come l’urgenza di ricavare altri spazi per l’agricoltura e l’allevamento, potrebbero favorire la deforestazione, danneggiando il turismo e complicando l’obiettivo di azzerare le emissioni nette di anidride carbonica entro il 2050.

Resta da capire quale sarà l’impatto sulla società di questa transizione demografica ed etnica. Secondo alcuni, lo scontro sociale sarebbe da escludere perché la Nuova Zelanda è già una nazione multiculturale: la grande maggioranza della popolazione ha origine europea, ma le minoranze Maori, polinesiane e asiatiche sono numerose; la percentuale di cristiani (49 per cento) è quasi equivalente a quella dei non credenti (42 per cento). Altri, invece, temono che l’immigrazione possa fomentare l’odio e il ripetersi di episodi come la strage nelle moschee di Christchurch. L’attentatore, il giovane suprematista bianco Brenton Tarrant, sosteneva di aver agito per fermare una presunta invasione dei musulmani.

Chiudi