Appendice

Prima fermata Brooklyn

06.12.2019

I libri di Dick, il mondo perduto con la morte della madre, il realismo della distopia, gli hippies, il gusto per l’ibridazione e soprattutto il borough di New York in cui è cresciuto: ovvero, ritratto di Jonathan Lethem, lo scrittore americano che è ospite al Noir in festival (il 7 dicembre a Como e l’8 dicembre a Milano)

Non si contano le occasioni pubbliche in cui Jonathan Lethem ha voluto ricordare l’importanza, o l’eccezionalità, dell’essere cresciuto in un ambiente dalla forte spinta utopistica e il vivissimo fervore intellettuale, tra beatnik, attivisti, studenti, artisti e poeti che i genitori ospitavano nella loro casa di Brooklyn. Il padre Richard, pittore surrealista («Ho imparato a pensare guardando mio padre che dipingeva»), e la madre Judith, militante per i diritti civili, radicale, contestatrice («Scardinava l’autorità familiare come mio padre aveva scardinato l’autorità artistica»): insieme avevano trasformato la loro vita familiare in un caos gioioso – «Ricordo le discussioni senza fine sulla pace, su film appena usciti e su pittori che a volte comparivano nella nostra brownstone» –, fatto di serate seduti al tavolo della cucina, di parole e di incontri esuberanti; e di un’educazione impartita ai figli improntata alla libertà totale e alla responsabilità per le scelte compiute, di iniziazione all’ascolto e alla disubbidienza, alla compassione e alla festa, alla dignità dell’esistenza. Quel fondamento per abitare il mondo, che l’ha nutrito nell’età che per alcuni era della controcultura e per lui dell’infanzia e della prima adolescenza, rappresenta una civiltà non più vista, un «mondo esile e perduto», come l’ha definito Lethem, che è anche il vero centro nevralgico delle sue storie, tradotto in termini di qualcosa di indefinito e di scomparso (dopo una catastrofe), e di cui non è rimasta neanche la memoria, se non per lacerti, per frammenti che i suoi protagonisti s’incaricano di difendere. Ecco la condanna all’oblio: «Anche prima della malattia di mia madre, l’originalità della famiglia faceva sì che ci sentissimo superiori e magici, o mostruosi e tragici, ma mai normali. Tutto ciò che ci distingueva dalla massa in quanto artisti o potenziali artisti, e in quanto hippy, contestatori, abitanti di una comune, quaccheri, ragazzini bianchi ma iscritti alla scuola pubblica, sembrava prefigurare la nostra particolarissima sorte, una storia bizzarra destinata a concludersi». Sempre, sempre nelle sue storie compaiono, o in primo piano o con un ruolo secondario, degli hippy.

L’iniziazione al mito di Philip K. Dick avvenne quando Lethem aveva quindici anni, grazie al padre di un suo amico che, dopo la separazione con la moglie, in quel regresso all’età della post-adolescenza cui questo tipo di fallimento coniugale può portare, aveva ritirato fuori passandoli all’erede i propri amori letterari proibiti, tra cui la letteratura di fantascienza: «Il primo libro che mi capitò sotto gli occhi fu Un oscuro scrutare, del 1977; il secondo potrebbe essere stato Mr. Lars, sognatore d’armi, o Follia per sette clan», ha ricordato Lethem; il quale, rispetto ad altri suoi colleghi americani, svelti nel mettere in chiaro fin da subito con il singolo interlocutore o il pubblico intero, l’orrore e lo spregio per ogni forma di intellettualizzazione – «Io scrivo solo storie» è un mantra ascoltato in loop – da sempre si mostra prodigo di informazioni biografiche, di interpretazioni e letture sulle sue opere o sulle fonti cui si è ispirato, di spiegazioni intorno al suo stesso processo di scrittura, con una ipercoscienza di sé che è la chiave principale, insieme a una memoria che sembra prodigiosa, del genere critica creativa (o della conversazione) in cui indubbiamente eccelle (e motivo per cui collabora col gotha dell’editoria americana).

«Philip Dick», ci ricorda ancora Lethem, «ha avuto su di me un’influenza formativa pari a quella della marijuana e del punk», e leggere tutti i libri del suo maestro almeno due volte ha significato anche attraversarne i difetti (tra i quali annovera «l’estasi della persecuzione», la «ciarlataneria religiosa», le innumerevoli teorie del complotto, un armamentario adorato dai suoi ammiratori). […] «L’idea di Lethem è che l’assurdità è la più grande forma di realismo», ha scritto Silvia Albertazzi, e in effetti le sue storie, alcune delle quali sono ambientate in contesti futuristici che possono sembrare tanto irragionevolmente infernali, alieni, artificiali – ma in realtà tutte poi abitano paesaggi fortemente realistici, che hanno cioè il sapore e l’odore e la geografia di qualcosa di conosciuto – indicano che le realtà distopiche sono possibili proprio in quanto noi stessi abitiamo in realtà distopiche. Anche se non vogliamo vederle e preferiamo lasciarci cadere in un più rassicurante amnesia, che è grande questione in Lethem, come malinconia, come dimenticanza delle origini, istintivo gnosticismo di protagonisti sempre alla ricerca del proprio passato o di una negoziazione che è però negata dalla perdita: non a caso la condizione di orfanità è il vero trauma nascosto nelle pieghe della sua prosa: orfano è Lionel Essrog, il Testadipazzo di Motherless Brooklyn; orfano è Peter, protagonista di uno dei suoi primi racconti, L’uomo felice, visitato come Amleto dal fantasma del padre; orfano perché abbandonato dalla mare è Dylan Ebdus della Fortezza della solitudine; e orfano è lo stesso Jonathan che ha perso la madre all’età di tredici anni per un tumore.

Forse tutto quello che ha scritto Lethem è una risposta a ciò che è accaduto nell’adolescenza, a partire dalla condizione di orfanità (lui stesso, significativamente, lega la fine dell’ottimismo utopistico negli anni Settanta alla morte della madre, come fossero il crollo di uno stesso mondo, e preveggenza di infausti futuri). La memoria e la manipolazione della memoria è certo un altro dispositivo ereditato da Dick, in Lethem tuttavia l’amnesia assurge a colpa, e implica un senso di colpa; l’amnesia cristallizza le domande che ogni personaggio dovrebbe porsi, come quelle sull’identità, cristallizza le loro ossessioni e paure, consente forse anche una maggiore vicinanza del lettore alla loro umanità, alla loro condizione, e queste sono mezzi, strumenti narrativi; ma, soprattutto, l’amnesia è la catastrofe, mentre allo stesso tempo nasconde la catastrofe (come accade, rivelatore, in Amnesia Moon). Incuriosisce questa sua definizione sul tema dell’amnesia e il fastidio che prova per chi non ricorda – e quindi non sembra, ai suoi occhi, voler rimestare tra il proprio passato: «Nasce da una vecchia ossessione per i ricordi che risale alla mia prima giovinezza, quando avevo sviluppato una vera e propria paranoia circa le dimenticanze altrui. Quando qualcuno diceva di non ricordare qualcosa che io ritenevo importante – una conversazione o un incontro – credevo sempre che stesse mentendo, che mi manipolasse. Comportamenti tremendi, oserei dire criminali».

L’ibridazione tra noir e fantascienza, tra le visioni distopiche di Dick e le dieci regole del poliziesco di Raymond Chandler, è ancora instabile nel romanzo Concerto per archi e canguro (1994): il compito dell’io narrante, l’investigatore Conrad Metcalf, sembra quello di riportare continuamente il romanzo sui binari del genere poliziesco, resistendo alle interferenze della fantascienza. Metcalf è una sorta di stampo di Rick Deckard, così come lo sfondo somiglia, prospetticamente, a quello di Blade Runner, una Los Angeles del futuro in cui la polizia è diventata una specie di controllore preventivo e al posto degli androidi fuggiaschi compaiono animali evoluti che camminano e parlano e hanno dimenticato la loro discendenza animale. […]

Bildungsroman e insieme gangster story è invece Motherless Brooklyn, che al contrario di Concerto per archi e canguro, i cui diritti cinematografici erano stati opzionati da Alan J. Pakula (i soldi ricevuti permisero a Lethem di lasciare l’impiego nelle librerie dell’usato e dedicarsi solo alla scrittura), o di Amnesia Moon (da David Lynch), è stato portato sul grande schermo da Edward Norton. Quinto suo romanzo, ambientato per lo più a Brooklyn, racconta le indagini di Lionel Essrog dopo l’assassinio del suo capo Frank Minna, un piccolo criminale che controlla alcune strade del quartiere e che gestisce un’agenzia investigativa: una lunga digressione introduce sugli anni di formazione di Essrog all’orfanotrofio di Saint Vincent («nella parte periferica di Brooklyn») e sull’educazione alla vita da parte di Minna, figura paterna per lui e per altri orfani come lui. L’orfanità è invariante narrativa («Inutile negare che si tratta di uno dei miei temi prediletti. Ma parlerei più in generale del senso di perdita: di un affetto, di un linguaggio, di una memoria», dice Lethem) e si sposa alla perfezione con il cliché del detective hardboiled solitario e alieno al contesto sociale, incapace di conformarsi o di creare relazioni stabili; ingredienti qui portati all’estremo perché Essrog soffre della sindrome di Tourette, malattia neurologica contraddistinta da comportamenti compulsivi e che si manifesta mediante una miriade di tic verbali e gestuali. La sindrome di Tourette è, anche, prolungamento linguistico dell’hardboiled, soluzione creativa che accomuna gli scopi, laddove entrambi cercano di mettere ordine in un mondo in cui tutto sembra andare storto: e insieme, seguendo l’indicazione dell’io narrante, è una perfetta metafora del mondo, «la prova dell’imprevedibilità della vita, della sua rozzezza, della sua aggressività. […]

L’altro imprescindibile personaggio di romanzi e racconti, sorta di universo composito, di diorama dell’immaginazione, che si ama senza riserve e senza limiti, celebrato anche come metafora dell’idea stessa dell’America, oltre che spazio urbano dove reale e sovrannaturale si incontrano, si concretizzano mescolandosi, è proprio Brooklyn, suo luogo di nascita (il 19 febbraio del 1964) e d’elezione. Qui, in quest’altra New York, meno illuminata, più sporca, «accerchiata dal crimine e dalla povertà», Lethem non è solo cresciuto, nella zona di Boerum Hill, tra le stanze di un palazzina a schiera «un po’ malridotta ma bellissima» e trasformata dai genitori in uno spazio colmo, come detto, di amici, di coinquilini, di chiacchiere, di incontri, di vita («una sorta di comune»); ma ha dato vita a un’epica, o meglio, vi ha innervato una sua personale epica.

È l’epica di Court Street dove gli orfani del piccolo gangster Minna in Motherless Brooklyn, al riparo dal caos barbarico del quartiere, imparano a vivere, a stare nel mondo –  «una placida via cittadina che nascondeva una vita di chiacchiere, di scambi e di insulti casuali, una macchina politica di quartiere con molti boss delle pizzerie e delle macellerie, e ovunque regole non scritte» (anche la vivacità oratoria ed espressiva di Essrog, il suo ribollire linguistico, s’identificano con l’esuberanza e la creatività di Court Street). È l’epica di Dean Street, il «secondo mondo» dopo quello rassicurante delle mura famigliari, cioè quello della strada, della violenza e delle necessarie strategie per difendersi, della forza imperitura dell’amicizia, della scoperta della bellezza e della contraddittorietà dell’universo femminile, del sentimento dell’insignificanza e di quello dell’onnipotenza che sentiamo da giovani, che vive Dylan Ebdus nel romanzo di formazione La fortezza della solitudine. Amato, vezzeggiato, sublimato, battuto palmo a palmo, immaginato in un futuro cyborg punk o dopo un cataclisma, il quartiere di Brooklyn ne esce glorificato tra le pagine della sua prosa, ha le stimmate della fama postuma: ed è di volta in volta paradigma privilegiato o complesso antropologico e architettonico della contraddizione permanente; ritrovo dei primi hippy, omosessuali, artisti, e del loro tentativo di dissociarsi dal processo di imborghesimento in atto, e al contempo zona in cui le famiglie bianche hanno cercato di coabitare un tessuto insediativo in cui avevano storicamente trovato asilo le comunità afroamericane e in diverse ondate migratorie lavoratori e lavoratrici centro e latinoamericani: è luogo di conflitti, attraversato da disordini e tensioni costanti per la compresenza di culture diverse in grado, quasi per contrappasso, di sprigionare una straordinaria energia creativa (la «terrificante ricchezza» della «giustapposizione di razza e classe»); e infine territorio che ha conosciuto un boom immobiliare, e con questo quella gentrification che l’ha cambiato, che ne ha snaturato «la realtà culturale» come ha più volte sottolineato Lethem, cioè la sua magia.

Lethem però, più che assurgere a testimone di un naufragio – nella traiettoria che va dalla vita bohemienne degli anni Settanta all’imborghesimento degli anni Novanta – ha sempre inteso tenere alto il vessillo dell’ibridazione, mantenuto e gelosamente conservato nel tempo nei suoi assi cartesiani (non a caso ha parlato di come «le nuove immigrazioni stanno portando nuove culture e nuovi stimoli, e quel tipo di caos gioioso e cosmopolita oggi rivive in altre forme»). La costante e incompleta rivoluzione che Brooklyn rappresenta, a partire proprio dall’essere simbolo della convivenza di identità e diversità, la rende, politicamente, «una sfida perenne a se stessa e al resto dell’America», ed è questo anche il senso della sua semantizzazione, dell’essere nucleo narrativo (interessante notare quanti ruoli Brooklyn abbia ultimamente impersonato per registi e scrittori come Paul Auster, Spike Lee, Jonathan Safran Foer, Colson Whitehead, Jhumpa Lahiri, Donald Antrim, e molti altri – compreso David Foster Wallace, che vi ha abitato, e dal quale Lethem ha ereditato, dopo il suo tragico suicidio, la cattedra di scrittura creativa al Pomona College, in California).

Il lungo apprendistato come impiegato nelle librerie dell’usato non è stato solo un modo per farsi le ossa nella carriera di scrittore (e la vanità delle classifiche, delle stellette dei premi letterari, delle recensioni e delle lodi degli amici, transitorie, spazzate via dal tempo giudice supremo, che si ammassa, invenduta, tra le bancarelle e gli scaffali di seconda mano): gli è servito anche, è un sospetto, per imparare l’arte di sentirsi a suo agio nella cosiddetta saggistica creativa, acquisendo quelle semantiche della grazia e della sprezzatura architrave del genere della conversazione, di cui è in fondo un erede. Lethem, come è stato giustamente da più parti evidenziato, è capace di mostrarti ciò che ama, perché lo ama e perché anche tu dovresti amarlo. […]

Lethem è un satirista intelligente a cui piace riportare alla luce figure di artisti, disegnatori, scrittori ridotti a nota a margine della storia della cultura, non solo per il gusto di raccontare una biografia o di bacchettare la presunzione delle élite (un altro modo di portare avanti la dissacrazione dell’autorità instillatagli dalla madre Judith). Sono sconfitti e dimenticati rievocati nel momento non della gloria ma della caduta, emblemi di una visione cupa della creatività, nel momento in cui la bacchetta di Prospero si spezza: come Jack Kirby co-sceneggiatore e co-disegnatore dei successi della Marvel negli anni Sessanta (i Fantastici Quattro, Hulk, Thor e molti altri), che «era interessato allo scontro fra le potenze delle tenebre e della luce e si identificava in mostri-guerrieri alieni che, come John Wayne in Sentieri selvaggi, avevano giurato di proteggere le vulnerabili società civili nelle quali erano incapaci di vivere», il cui tratto cominciò ad un certo punto a degenerare e le storie a essere penosamente scritte, ma che lui ha sempre difeso con gli amici perché impersonava «la moralità superiore del Creatore Originario», l’essere sognatori, costruttori di mondi (lo è anche l’Everett Moon, alias Caos, protagonista di Amnesia Moon). O come il romanziere fallito Edward Dahlberg, mosso da un risentimento cosmico per ogni scrittore sulla faccia della Terra, professionista della filippica e di inveterate scenate e castratore d’ogni diritto di tentare di diventare scrittori – «desiderio così umano, così commovente, così profondamente innocuo», che pure ha dato alle stampe un libro decente, proprio alla fine della sua carriera, Perché ero carne, ritratto della sua infanzia e della madre, prostituta e amante della vita. Riabilitazioni, insomma, simili a quelle che occorrono o che conoscono i suoi protagonisti, nel conflitto perenne tra felicità e umanità.

Questo testo è un estratto di un saggio più lungo, che si può leggere in forma completa sul catalogo del Noir in Festival che si tiene tra Como e Milano dal 6 al 12 dicembre (Jonathan Lethem sarà a Como a Villa Olmo sabato 7 dicembre e a Milano alla Libreria Feltrinelli di piazza Duomo l’8 dicembre).
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