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Scarti di Natale

IL 117 23.12.2019

Lo scambio dei regali produrrà una montagna di 75mila tonnellate di rifiuti in carta e cartone. Usare involucri realizzati con materiale riciclato, riutilizzare quelli che abbiamo ricevuto e comprare nei negozi “no-packaging” possono essere le prime mosse per fare spazio, sotto l’albero, a un po’ di sostenibilità

Il suono gentile dello strappo della carta, lo sfilare i nastri da regalo, aprire la scatola di carta per svelare una strenna natalizia. Non importa se sia un dono insperato, sgradito, inatteso: il momento dello scartare i pacchi sotto l’albero rimane un rituale che celebra l’unione tra amici, parenti e colleghi. Che cosa succede però alla mole di packaging che si accumula nei vani rifiuti e nei cassonetti in strada, scenario così comune il 26 dicembre in tutte le città e paesi d’Italia? Basti pensare che 25 milioni di famiglie producono tra Natale e Santo Stefano più di 3 chilogrammi di rifiuti da imballaggi, tra confezioni di panettoni, pacchetti acquistati online, confezioni di torrone e carta e cartoni dei regali. Comieco, il consorzio di recupero e riciclo dei materiali cellulosici, stima che in due giorni vengano prodotte 75mila tonnellate di carta e cartone: praticamente la capacità complessiva di una discarica di dimensioni medio-piccole.

«Quando arriva Natale è evidente che siamo nel pieno dell’utilizzo degli imballaggi e delle confezioni regalo: dunque è molto importante prestare un minimo d’attenzione alle caratteristiche dell’involucro, conferendolo alla raccolta differenziata e separando la carta da plastica e metalli», spiega a IL Carlo Montalbetti, direttore generale di Comieco. In Italia il riciclo degli imballaggi ha raggiunto livelli molto elevati, in linea con altri Paesi Ue: riguarda l’81,1 per cento della carta (viene raccolto con la differenziata l’88,8 per cento) e il 76,3 per il vetro. Per la cellulosa addirittura nel 2018 si è superato l’obiettivo imposto per il 2025. Rimane il problema della plastica, dato che solo il 43,5 per cento viene realmente trasformato in nuovi oggetti – peraltro di qualità spesso inferiore rispetto a quelli originali – mentre il 40 per cento finisce nei termovalorizzatori per la produzione di energia e il 16,5 addirittura in discarica. Bisogna notare che le quote della raccolta differenziata non corrispondono al riciclato. Una parte di materiali potenzialmente riciclabili viene mandata ai termovalorizzatori e una parte in discarica, specie quando la differenziata è fatta male dai cittadini o il packaging è disegnato male. E ci sono anche casi in cui, per alimentare interessi personali, si butta tutto insieme nell’indifferenziato. Anche sulle bioplastiche, derivate da fonti non fossili, c’è ancora tanto da fare: molte non sono biodegradabili al 100 per cento e alcune non funzionano negli impianti di compostaggio.

Il vero collo di bottiglia per il riciclo nostrano? La mancanza di impianti (a causa dei lunghissimi tempi di autorizzazioni ministeriali), gli investimenti (specie al Sud dove sta aumentando la quota di differenziata), la bassa qualità raccolta in alcune regioni d’Italia, e l’interesse a usare le plastiche come CSS, acronimo per Combustibile solido secondario derivato da rifiuti urbani. Nell’economia circolare, la piramide delle priorità è guidata dalla riduzione dell’uso dei materiali, data dall’eliminazione o dal riuso dei prodotti. Segue l’impiego di materiali riciclati e infine l’ultima spiaggia è la produzione di energia, da limitarsi soprattutto a CSS altrimenti inutilizzabili. «Per il Natale suggeriamo l’uso di carta riciclata: il 90 per cento di carta e cartone da imballaggio sono fatti con fibre secondarie provenienti dalla differenziata. Ma oltre al riciclo ci sono confezioni che si prestano magnificamente per essere riutilizzate o attraverso un uso domestico o come confezioni per un nuovo regalo», spiega Montalbetti. Amazon ha sostituito molta plastica con cartone riciclato, mentre nell’alimentazione sono stati introdotti packaging innovativi come Halopack, il primo vassoio per il confezionamento di cibi in atmosfera protetta composto al 90 per cento da materiale cellulosico riciclato, che sostituisce gli attuali vassoi in plastica o polistirolo impiegati per carne e pesce.

Tuttavia esistono soluzioni più radicali. Loop è l’ultima creazione di Tom Szaky, il vulcanico ceo di TerraCycle. Si tratta di una serie di contenitori riutilizzabili: scatole, tubetti, barattolini per il gelato, confezioni per le spedizioni. Sono sempre di più i packages di Loop che possono essere impiegati diverse volte. «Stiamo dialogando con una delle più grandi catene di ristoranti al mondo, che incorporerà il concetto di Loop nel packaging dei suoi cibi. Così, quando si compreranno hamburger e patatine fritte, invece di un’orribile scatola usa e getta si riceveranno contenitori belli e durevoli. Che poi si potranno depositare al ristorante o presso qualsiasi altro punto di raccolta tra quelli che verranno creati. Invece di finire in discarica, verranno riutilizzati», racconta Szaky a IL durante un caffè preso a Manhattan. Tra i suoi clienti ci sono già Unilever, P&G, Colgate, Clorox e catene di supermercati come Tesco a Londra, o Carrefour in Francia. «Riciclare significa solo mettere una pezza sul problema. Dobbiamo modificare la nostra relazione con i prodotti e il modo in cui consumiamo», aggiunge.

Per dare valore al packaging riutilizzabile, Loop include alcune funzioni di diagnostica applicata ai prodotti. «Stiamo lavorando con una grande azienda di alimenti per animali domestici che produce anche lettiere per gatti. L’urina contenuta nella lettiera può rivelare infezioni dell’apparato urinario. Quando si restituisce la lettiera dopo aver utilizzato il packaging di Loop, si procede a un’analisi che entra nel sistema. In caso di infezione, quando ci si reca in negozio si può avere cibo personalizzato contenente già i farmaci per curarla». Gli usi tuttavia sono pressoché infiniti: dall’olio per il motore che include sistemi diagnostici sulle prestazioni alla dieta personalizzata in base ai consumi alimentari.

Le modalità con cui si comprano i regali di Natale stanno cambiando. L’e-commerce aumenta la quantità di pacchi. Un problema che Amazon si pone. «Lavoriamo per reinventare e semplificare le nostre opzioni per un imballaggio sostenibile, adottando un approccio scientifico che prevede test di laboratorio, machine learning, innovazioni nella scienza dei materiali e partnership con i produttori, così da estendere a tutta la catena di distribuzione dell’imballaggio il cambiamento verso la sostenibilità», spiega Adam Elman, Amazon Sustainability Lead in Europa: «Dal 2008, iniziative come il Frustration-Free Packaging hanno permesso l’eliminazione di oltre 665mila tonnellate di materiali – più di 1,18 miliardi di imballi di spedizione – promuovendo l’uso di imballaggi riciclabili di semplice apertura e spedendo i prodotti direttamente nella propria confezione, senza utilizzare imballi di spedizione aggiuntivi».
Per gli acquisti di Natale, una buona pratica potrebbe essere quella di visitare negozi che scelgono di tenere prodotti senza packaging. Per il pranzo si può fare la spesa di prodotti sfusi in alimentari come Negozio Leggero a Milano, Palermo, Torino o Roma, oppure andare da macellai, fruttivendoli e panettieri chiedendo di usare il proprio contenitore (ma nei supermercati non si può fare). «Oggi serve accelerare sul riuso», spiega Silvia Ricci, consulente per il packaging sostenibile: «In Italia vengono adottati imballaggi riutilizzabili soprattutto nel B2B. Le opzioni per i consumatori però esistono. Pensiamo a Repack per l’e-commerce, ai negozi no-packaging come The Body Shop, all’iniziativa Unpackaged di Waitrose».

Per questo Natale facciamoci un regalo: scegliamo qualche soluzione sostenibile. La salute del pianeta è in fondo il dono più durevole che possiamo fare a figli e nipoti.

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