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Sorpresa, c’è una Silicon Valley anche in Messico

IL 117 04.12.2019

Plaza de la Liberacion a Guadalajara. La seconda metropoli messicana è diventata il principale polo di innovazione in Messico

Nel Paese colpito dalla criminalità il settore tecnologico è in pieno fermento. Poli di innovazione e start up, un mondo vivace e moderno, eppure seminascosto per volontà dei suoi protagonisti

Narcotraffico, tequila, uomini con baffi e sombrero, resort sulla spiaggia: nell’immaginario collettivo, tutto il Messico viene riassunto in questa lista. Meta di villeggiatura per alcuni e landa dei cartelli della droga per altri, c’è però un aspetto del Paese che spesso è ignoto anche agli stessi abitanti. In Messico esiste una fiorente scena tecnologica, con startup di successo e città che vogliono diventare dei poli di innovazione digitale. Un mondo estremamente vivace e moderno, eppure seminascosto per volontà dei suoi protagonisti. Temendo di attirare l’attenzione dei criminali, gli imprenditori del settore tech preferiscono tenere un profilo basso ed evitare di farsi pubblicità. Limitando però sia le possibilità di crescita delle proprie imprese, sia l’avanzamento generale dell’economia messicana.

Guadalajara, la seconda metropoli più popolata del Paese, si è guadagnata il soprannome di “Silicon Valley del Messico” per aver saputo attrarre negli anni alcune delle maggiori aziende del settore informatico (IBM, Intel, Hewlett-Packard, Oracle). Adesso sta provando a compiere un passo ulteriore e a trasformarsi nella “Città dei creativi digitali”, ovvero un ambiente favorevole allo sviluppo di startup, con infrastrutture all’avanguardia e regimi fiscali agevolati, capace un giorno di rivaleggiare con la California. È l’esperimento finora più promettente, ma non l’unico: anche altre città messicane – come Tijuana e Aguascalientes – hanno progetti simili. Possono attingere a un capitale umano notevole, perché sono tante le università specializzate che sfornano ingegneri e informatici con una buona conoscenza dell’inglese.

Eppure, nonostante tutto questo, nel 2018 il settore tecnologico del Messico ha attratto investimenti da fondi di venture capital per appena 175 milioni di dollari. Troppo pochi, considerato che il Brasile ne ha ricevuti per 1,3 miliardi e la Colombia – il cui Pil è nettamente inferiore a quello messicano – per quasi 335 milioni. Il motivo dell’insuccesso sta soprattutto nella mancanza di comunicazione con l’esterno. I fondatori e i dirigenti delle startup messicane rilasciano raramente interviste, non diffondono comunicati stampa e non fanno trapelare quasi nulla sulle proprie attività. Hanno paura di esporsi perché non vogliono finire del mirino della criminalità organizzata ed essere ricattati o rapiti, come già accade – per esempio – ai ricchi coltivatori di avocado.

Alti livelli di violenza sono comuni un po’ a tutta l’America Latina, e il Messico non fa eccezione: nei primi sei mesi dell’anno sono stati commessi oltre 14.600 omicidi, superando perfino le cifre record del 2018. L’insicurezza scoraggia e danneggia l’iniziativa privata, con un costo sul Pil stimato intorno al 24 per cento. La prudenza degli imprenditori tech è comprensibile, ma il loro approccio cauto è controproducente. Rinunciando alla visibilità, fanno fatica a catturare l’interesse degli investitori e dei “cervelli” che vivono all’estero. E non permettono al Messico di stimolare il progresso.

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