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Stato etico e ludico

12.12.2019

La tentazione di affidarsi all’azzardo premia gli audaci, che sanno intuire uno scarto del destino, ma è nemica degli spiriti semplici, che credono in un sistema di probabilità fasullo. Ma con bingo, videolottery, slot machine, gratta e vinci e (a breve) anche con la lotteria degli scontrini, la Sorte sembra ormai essere anche la patrona del Fisco. In un Paese che cerca, nel frattempo, di combattere la dipendenza da gioco

Benevolenza, clemenza e perseveranza. Benevolenza dell’Europa per lo sforamento del deficit di 16 miliardi; clemenza da parte dello spread per risparmiare 6 miliardi di minori interessi sul debito; perseveranza nel recupero di 7 miliardi di evasione fiscale e di maggiori entrate. Sono le tre virtù teologali della manovra del ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri.

E poi c’è la fortuna. Soluzione e malattia. Nei conti pubblici come nella vita. Lo Stato si prende a cuore la salvezza dei ludopatici, ma è biscazziere quando si affida ai gratta e vinci o alle tasse sul gioco per trarne gettito per l’Erario: 10 miliardi l’anno. Dalle sole slot machine (oltre 6 miliardi) il Fisco guadagna più che dall’imposta di registro. La fortuna è una dea bipolare e misteriosa: aiuta gli audaci quando sanno intuire uno scarto del destino, un’occasione da sfruttare con la virtù machiavellica, in sostanza un’abilità costruita con intuito e preparazione. È la fortuna intesa come destino, magari come predestinazione.

Può diventare anche un corpo a corpo con il fato: vincere tutto o perdere tutto. E forse diventa consapevolezza perversa e sublime di voler perdere tutto, secondo la più classica delle epopee narcisiste e tragiche di chi ama la scommessa o l’azzardo. L’eroe dell’azzardo è un’anima tossica consumata nelle penombre; a ogni colpo è in gioco la vita, tutta, con tutta l’adrenalina e le endorfine che contiene. Pochi giocatori, alla fine, si ricordano delle vincite, mai dimenticano i rovesci delle sconfitte.

La fortuna bipolare, però, abusa degli spiriti semplici che a lei si aggrappano senza sapere quale sia il loro destino. E non c’è nulla di eroico e struggente nel loro affidarsi a un sistema di probabilità fasullo, ma adattato a consolazione. Sanno di poter contare solo sulla materia prima della loro speranza, in genere risorsa abbondante quanto inutile. Che si riversa nei mille rivoli dell’azzardo legale per un controvalore di 106 miliardi giocati tra videolottery, slot, bingo, gratta e vinci e simili (all’incasso va sottratto l’ammontare dei premi, oltre un’ottantina di miliardi).

La fortuna, se irrompe tra le variabili della contabilità pubblica, diventa poi una vera tassa sulla povertà quando attira i disperati con l’illusione di cambiare vita, di diventare ricchi. Salvo poi non sapere come si fa, a essere ricchi. E non comprendere come vada gestito il denaro senza restarne schiavi e vederlo presto svanire.

C’è lo Stato etico che vuole la vendetta delle manette per gli evasori (senza distinguere tra gaglioffi a sbafo o disperati): per sovrappiù allestisce un mondo disseminato di agenti provocatori affinché i cittadini avvertano continuamente il rischio del peccato, il pericolo della denuncia. Quello Stato etico che pone al primo punto dell’agenda morale la lotta (sacrosanta) alla ludopatia, moderna religione laica con almeno 12mila italiani seguaci compulsivi del dio gioco; quelli emersi, ma è probabile che la metastasi sociale sia ben più ampia.

E poi c’è lo Stato ludico, prestatore di ultima istanza di una miriade di cartelle e cartelline da grattare incrociando le dita o toccando ferro. Ora prepara la lotteria degli scontrini, estrazioni mensili con premi fino a 50mila euro, due di consolazione da 30 e 10mila euro: magari il tagliando vincente sarà proprio il riscontro di quell’insignificante pacco di biscotti o di quella bottiglia di vino o la ricevuta di quell’idraulico convinto a fatica, ma anch’egli arreso alla fine al mitico riscontro digitale.

E il Grande Legittimatore della giocata come rivincita sulla vita inventa anche un jackpot annuale da un milione di euro. Anche lo Stato, con questa puntata sul contrasto di interessi tra chi offre e chi paga la prestazione o il bene, gioca la sua scommessa sulla lotta all’evasione. E c’è da sperare che la vinca. Basta però che si ricordi il detto dei nostri nonni: la fortuna non dona mai, presta soltanto.

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