L’idea di un’umanità impegnata a costruire un futuro migliore è un’invenzione della modernità. Gli antichi, infatti, parlavano molto più spesso e volentieri del loro passato. E quando si immaginavano un mondo perfetto, lo collocavano sempre lì, in una rimpianta epoca già tramontata

Immaginarsi il futuro, per noi, è una cosa quasi ovvia. Pensare di poter costruire un domani migliore, dove trionfino la pace e la giustizia, dove si rispettino i diritti umani e magari anche l’ambiente, è stata, e ancora è, un’ambizione diffusa e legittima. Per secoli abbiamo sognato il sole dell’avvenire, il trionfo del progresso, le meraviglie gioiose regalate da tecnologie sempre più raffinate. Certo, altrettante volte questa speranza nel futuro è apparsa un’illusione. Le “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, su cui ironizzava Leopardi, sono sembrate un inganno. E, non di rado, ammaestrati dalle dure lezioni della storia, specie nell’epoca post-atomica, i moderni hanno incominciato a immaginare non più paradisi ma inferni, mondi distopici, società governate da Grandi Fratelli o catastrofiche distruzioni del pianeta. Però il futuro è sempre rimasto lì, davanti ai nostri occhi: il domani ha continuato a interrogarci e a sfidarci. Ma è sempre stato così?

Gli antichi greci, per esempio, parlavano spesso e volentieri del loro passato. Tutta la loro mitologia, anzi, è costruita come un racconto di fatti remoti: è la storia di quello che “c’era una volta” e che ci ha reso quelli che siamo. Viceversa discorsi sul futuro, nell’antichità, si fatica a trovarli. «Sei un uomo: non pretendere mai di dire quello che porterà il domani», sentenziava il poeta Simonide. E i greci sembrano avere interiorizzato questa lezione. Così come sembrano spesso avere creduto che la storia dell’uomo sia innanzitutto non un cammino di progresso ma una vicenda di decadenza da un’originaria condizione di felicità. Quando i greci s’immaginavano un mondo perfetto lo situavano sempre nel passato e mai nel futuro. Come insegna il mito dell’ormai proverbiale “età dell’oro”, il tempo in cui regnava il dio Kronos (il Saturno dei romani), vagheggiata già dal poeta Esiodo nel VII secolo a. C. Era l’epoca in cui l’umanità non conosceva ancora le grandi disgrazie che poi l’hanno afflitta: la guerra, il dolore, la fatica del lavoro.

Anche Virgilio, del resto, ragionava nello stesso modo. Molti ricorderanno, dai banchi di scuola, la famosa quarta Bucolica che celebrava un misterioso “bambino” (puer) la cui nascita avrebbe portato al mondo un’epoca di gioia. Virgilio scriveva pochi anni prima che nascesse Gesù e anche per questo, nel Medioevo, si conquistò la fama di profeta del cristianesimo: chi poteva essere quel puer se non il Bambino divino venuto sulla terra a redimere l’umanità? Ma, chiunque fosse il bambino celebrato da Virgilio (ovviamente non Gesù), è il meccanismo del pensiero che è diverso: la felicità portata dal puer è in realtà una restaurazione, un ritorno al passato e non una conquista del futuro. «Ritornerà il regno di Saturno», «Redeunt Saturnia regna», dicono le celebri parole del poeta latino. “Ritornare”, dunque, e non “progredire”. La stessa parola “progresso” non trova un equivalente nella lingua greca. Hannah Arendt addirittura negava che l’idea di un progresso dell’umanità esistesse prima del Seicento, il secolo delle grandi scoperte scientifiche.

In verità, poiché ci piace considerarci eredi dei greci in tutto e per tutto, c’è chi ha cercato di sostenere il contrario. E ha sottolineato alcune riflessioni antiche che sembravano già prefigurare l’idea moderna di un’umanità impegnata a costruire un futuro migliore. Come un passo del filosofo presocratico Senofane: «Gli dei non hanno svelato tutto agli uomini fin dal principio: sono gli uomini che, con una continua ricerca, nel corso del tempo, scoprono qualcosa di meglio». E un grande mito di progresso, in fondo, i greci lo avevano già forgiato attraverso la figura di Prometeo. Il Titano, regalando il fuoco all’umanità, le ha permesso di costruirsi condizioni di vita migliori: è lui, ci racconta Eschilo, ad avere insegnato agli uomini, i quali prima erano ciechi, vivevano in spelonche, e vagavano «simili a forme di sogni» tutte le tecniche che hanno permesso di dominare la natura. Prometeo è, del resto, etimologicamente, il dio la cui intelligenza (metis) vede le cose “prima”, è colui che sa guardare il futuro. E, non a caso, quando in età contemporanea si è messo in discussione il mito del progresso, e si sono visti gli aspetti negativi del grande sviluppo delle tecniche, Prometeo è diventato il grande nemico, l’idolo da abbattere.

Insomma, come sempre, scavando nel libro della sapienza antica, si trovano elementi che ci aiutano a guardare in modo problematico i grandi temi dell’oggi (e del domani). E anche, se si vuole, i piccoli temi. Ai greci, infatti, mancano magari le utopie collettive. La stessa parola “utopia”, benché ricalcata sul greco (Ou-topos, “nessun luogo”) è invenzione moderna, che dobbiamo a Tommaso Moro e al suo magnifico romanzo pubblicato nel 1516: pubblicato, peraltro, in latino (a volte ci dimentichiamo che molti testi chiave della modernità, come i trattati di Copernico o di Galileo, sono scritti nell’antica lingua dei nostri padri). Ma, se pure rinunciavano ai grandi sogni di società ideali, l’ansia di soddisfare altri sogni, quelli piccoli e privati di ciascuno di noi, portava comunque gli antichi a guardare spesso con curiosità al futuro.

Sovrani e sudditi, consoli e plebei interrogavano i profeti o scrutavano gli astri per avere indicazioni sul domani. L’astrologia, per esempio, che è cosa antica, oggi si è spesso ridotta a una truffa o a un gioco di società e può magari apparirci un esercizio poco razionale (ma sarà molto più razionale, per esempio, leggere i nostri comportamenti alla luce del fatto che da bambini eravamo segretamente innamorati della mamma?). Una volta, però, era anche una cosa seria. E, comunque sia, molti di noi, anche in questi giorni, si leggono avidamente gli oroscopi per l’anno appena iniziato (o, se fanno politica, compulsano con ansia i sondaggi). In questo modo, noi, uomini del terzo millennio, continuiamo a comportarci secondo schemi non molto diversi da quelli degli uomini antichi. C’è qualcosa di arcaico che sopravvive dentro di noi, anche quando guardiamo al futuro.

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