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Ehi, c’è movimento a Punta della Dogana

30.01.2020

Sequoyah Tiger, tra i nomi dell'edizione 2018

Due serate di musica, danza e performance all'interno di un affascinante complesso architettonico veneziano. Arriva il terzo appuntamento di Set Up! e la Laguna vibra di contemporaneità

Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia sono fautori dal 2006 di un progetto culturale degno di nota in cui l’attenzione al contemporaneo connota un’attività di ricerca e un palinsesto che coinvolgono arte, fotografia, musica e spettacolo dal vivo. Ne è esempio la terza edizione di SET UP, in programma venerdì 7 e sabato 8 febbraio negli spazi che furono sede fino agli anni Ottanta della “Dogana da mar”. Format “site-specific” ideato in collaborazione con Enrico Bettinello (animatore culturale e già Direttore Artistico dell’esperimento del Teatro Fondamenta Nuove) che – nella stretta finestra che precede l’avvio dei lavori per accogliere Untitled, 2020 (nuova collettiva a cura di Caroline Bourgeois, Muna El Fituri e Thomas Houseago che inaugurerà il 22 marzo prossimo) – unirà ancora una volta performance coreografiche e musicali grazie ad artisti internazionali di generazioni, ispirazioni e influenze culturali differenti, per offrire al pubblico prospettive inedite sugli spazi di questo straordinario complesso architettonico.

Un’esperienza che vuole essere sempre più immersiva, nella quale le barriere tra artista e osservatore tendono ad assottigliarsi, alla duplice scoperta delle sonorità contemporanee e delle più attuali ricerche sul movimento. Per linguaggi, ispirazione e provenienza, il bouquet degli artisti coinvolti in questa terza edizione è articolato: si va dal geniale nerdismo dell’americano Brian Shimkovitz aka Awesome Tapes From Africa alla forza espressiva dirompente di Nora Chipaumire (Zimbawe); dalle sonorità trascinanti di Omar Souleyman (Siria) a quelle techno e spettrali di Kelly Lee Owens (Regno Unito); fino alla raffinata ricerca pop dei nostri mk di Michele Di Stefano (che proprio qui in Laguna si è aggiudicato nel 2014 il Leone d’Argento per la Danza) e Biagio Caravano.

“Bermudas”, dalla compagnia romana mk

Abbiamo discusso del progetto Set Up! – allargando l’inquadratura sulle progettualità future del polo in rapporto alla difficile situazione della città – con Martin Bethenod, direttore e amministratore delegato di Palazzo Grassi – Punta della Dogana, nonché della Bourse de Commerce, spazio parigino “gemello” che affianca i due musei di arte contemporanea della Pinault Collection di Venezia.

Per Set Up! lavorate su programmi denso e contaminati, tra musica, danza e performance. Non certo una proposta facile. Qual è stata la risposta del pubblico nelle due precedenti edizioni?
«La prima edizione di Set Up! si è tenuta nel 2016, quando abbiamo pensato di aprire gli spazi espostivi di Punta della Dogana nel periodo tra il disallestimento della mostra Slip of the Tongue e l’allestimento di Accrochage e farli vivere in modo diverso e inedito al pubblico. Il successo è stato immediato e ci ha convinto a renderlo un appuntamento regolare. La seconda edizione si è svolta nel 2018, a distanza di due anni, al termine dell’esposizione che consacrava entrambi gli spazi espositivi a Damien Hirst. In entrambi i casi, la biglietteria ha registrato il sold out, cosa che ci ha fatto ovviamente molto piacere, dimostrando non solo di aver intercettato un pubblico appassionato, ma di aver contribuito ad animare la città nel periodo dell’anno in cui normalmente Venezia è meno vivace. Ma le ragioni della nostra soddisfazione risiedono sì nei numeri, ma soprattutto nella varietà, qualità, energia e motivazione del pubblico: Set Up! ha messo in moto una partecipazione entusiasta di un pubblico più giovane, proveniente non solo dal Veneto. Vivere questa esperienza significa muoversi tra atmosfere inattese, complice l’architettura così suggestiva e mutevole di Punta della Dogana. Ci piace pensare che si tratti di un viaggio che si trasforma, si dilata e si contrae, abbracciando diverse esperienze performative».

Greener Grass

Quali sono i criteri che vi guidano nella selezione di proposte tanto eterogenee, capaci comunque di dar vita a un unicum, a un programma coerente?
«Ogni edizione di Set Up! nasce dal confronto: si mettono in campo diverse proposte tra i colleghi della squadra di Palazzo Grassi in collaborazione con Enrico Bettinello, con cui abbiamo lavorato anche quest’anno per la realizzazione della due giorni. Preferiamo ricerche di qualità, sperimentazioni interessanti che sappiano intersecare i linguaggi per creare formule nuove. Proposte che possano riempire, investire o accarezzare appena, a seconda delle necessità, l’architettura di Punta della Dogana. Le mostre rimangono come una traccia sommersa da cui riaffiorano idee, atmosfere. Questa nuova edizione, per esempio, deve molto all’estesa ricognizione geografica, proiettata anche verso il mondo arabo e centro africano, rappresentata dagli artisti di Luogo e Segni, l’esposizione che lascia lo spazio a Set Up!. Abbiamo cercato di mettere in campo una proposta ampia, sotto questo punto di vista, che porti in scena artisti provenienti da questi territori o la cui ricerca si inserisce in specifici background culturali. Penso per esempio a Nora Chipaumire, afro-americana, originaria dello Zimbabwe, che mette in scena la performance #PUNK, il dj dabke di fama internazionale Omar Souleyman, che è nato in Siria, la giovanissima Sama’, che ha origini palestinesi e che è una delle prime artiste provenienti da quella regione ad affermarsi sulla scena elettronica».

L’assottigliarsi della barriera tra artista e spettatore è al centro della lente di approfondimento di Set Up!: ci sono esempi particolarmente significativi in questo senso nel programma di quest’anno?
«L’assottigliarsi delle distanze è parte integrante di questo format e ne definisce la specificità nel rapporto con lo spazio e attraverso le relazioni che il visitatore può intessere di volta in volta tra suoni e volumi. Questo aspetto è potenziato dal fatto che il concetto di “palco” tende a espandersi a tutta la pianta di Punta della Dogana, dalle due navate al cubo. Tranne in rare occasioni, pubblico e performer si trovano alla stessa altezza, non ci sono delimitazioni fisiche precise dello spazio destinato all’azione e di quello dedicato all’ascolto/percezione».

Nora Chipaumire

Avete da poco annunciato il programma espositivo di Palazzo Grassi e Punta della Dogana e il calendario culturale per il primo trimestre 2020: a giudicare dalla loro ricchezza non sembra che le recenti, drammatiche, vicissitudini di Venezia abbiano intaccato la vitalità della vostra proposta. Eppure immagino che le difficoltà non manchino, in termini di progettazione e di pubblico. Come le state affrontando? E quali pensate che siano le prossime sfide cruciali che attendono la città?
«Dobbiamo iniziare col dire che ad appena due giorni dal rientro dell’emergenza acqua alta dello scorso novembre abbiamo ospitato uno degli appuntamenti più emozionanti di questa stagione: la performance THE GROUND Sessions di Tarek Atoui, con un primo atto a Palazzo Grassi e la conclusione al Teatrino. Quella è stata l’ultima occasione in cui il pubblico ha potuto ammirare il mosaico di Luc Tuymans, che accoglieva i visitatori della mostra La Pelle nell’atrio del museo. Questo perché – per motivi precauzionali – siamo stati costretti ad anticipare il sollevamento dell’opera per permettere la pulitura della pavimentazione dal salso. Andiamo avanti, insieme alla città. Per il 2020 abbiamo messo a punto un programma espositivo articolato in 3 mostre: Palazzo Grassi ospiterà l’opera di due grandi fotografi, Henri Cartier-Bresson e Youssef Nabil. Dopo Set Up!, Punta della Dogana ospiterà invece la collettiva Untitled, 2020, concepita e curata da Caroline Bourgeois, Muna El Fituri e dall’artista Thomas Hauseago. Per quanto riguarda invece la programmazione culturale, sono riconfermate le collaborazioni con istituzioni locali, nazionali e internazionali come Lo Schermo dell’Arte Film Festival, Nordic Frames, New Echoes, la Central Saint Martin’s School of Arts di Londra, Ca’ Foscari e Iuav Venezia e molti altri ancora. Come sempre ci impegnamo per la definizione di un programma che si sviluppi in ampiezza abbracciando tutti i linguaggi della contemporaneità, per poi intrecciarli con l’arte e approfondire la comprensione della realtà culturale e sociale in cui ci troviamo. Le circostanze ci spingono ad avere più dinamismo e a essere più innovativi che mai, dimostrando a modo nostro che Venezia è una città che vive, crea e ispira».

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