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Il fracasso della fine del mondo

IL 118 16.01.2020

Gli Algiers, nel loro terzo album “There Is No Year”, raccontano il senso di smarrimento della nostra epoca

Nel loro terzo album “There Is No Year” (dal 17 gennaio) gli Algiers si sono ritrovati chiusi in una casa a combattere con i loro stessi spettri. Ma, se non altro, la colonna sonora è straordinaria

Una decina d’anni fa ha cominciato a circolare nel dibattito culturale americano una parola: metamodernismo. Se il postmodernismo è caratterizzato da decostruzione, ironia e cinismo, il metamodernismo usa strumenti simili per restaurare una narrazione sincera e universale. In questo senso, gli americani Algiers sono un gruppo metamoderno. Offrono al pubblico un miscuglio stilistico che è frutto delle pratiche tipiche del pop postmoderno e lo usano per dare un senso alla realtà proponendo una forma pragmatica di idealismo. Sono anche uno dei gruppi rock migliori emersi negli ultimi anni, il che non guasta. «Questa cosa del postmodernismo e del metamodernismo è vera», commenta il bassista e tastierista Ryan Mahan. «È come quando entri alla Tate Modern di Londra. Passi attraverso le sezioni dedicate al costruttivismo e all’arte politica degli anni Quaranta ed è una meraviglia. Poi arrivi al postmodernismo ed è… il nulla».

Nel terzo album, il cui titolo è preso a prestito dal romanzo di Blake Butler There Is No Year, gli Algiers raccontano il loro e il nostro smarrimento. Il cantante Franklin James Fisher ha tratto ispirazione da una sua lunga poesia intitolata Misophonia, come il disturbo che provoca intolleranza a certi suoni. E proprio il concetto di suono è centrale nei testi: è il rumore mostruoso e osceno che annuncia la fine del mondo. La band e i produttori Randall Dunn e Ben Greenberg lo evocano in canzoni piene di clangori industriali e rumori apocalittici, ma anche di meravigliose svolte melodiche, riferimenti al gospel, alle colonne sonore dei thriller. Raccontano il collasso della società e la precarietà quale tratto distintivo dei nostri giorni. Rispetto ai primi dischi, che mettevano assieme le certezze granitiche di Marx e della Bibbia, gli Algiers si mostrano vulnerabili. «Nei primi due album abbiamo cercato di creare uno spazio condiviso in cui ritrovarsi per dare un senso alla realtà. In questo ci mostriamo esausti dopo la battaglia, angosciati, impauriti. Sul punto di mollare».

Gli Algiers chiamano la loro musica Neo Southern Gothic, un omaggio alla corrente letteraria di William Faulkner, Flannery O’Connor, Tennessee Williams e, più di recente, Cormac McCarthy. È l’espressione della paura strisciante nella società americana. Quegli autori descrivevano il male come un fenomeno latente. Era visibile sotto la superficie delle cose, ma non impediva di distinguere ciò che era giusto da ciò che era sbagliato. «Oggi», dice Mahan, «la crisi è molto più profonda, il male è salito in superficie, non riusciamo più a discernere il bene dal male». Siamo diventati come i personaggi del libro di Blake Butler, chiusi in una casa a combattere con gli spettri di noi stessi. Ma, se non altro, la colonna sonora è straordinaria.

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