Appendice

La scienza ci darà il nuovo sublime che ci meritiamo

17.01.2020

Nel 2020 non ci saranno più leoni alati, sfingi e ninfe. Ma rumore cosmico di fondo, spazio curvo e mondo subatomico offriranno a scrittori e poeti metafore ancora più immaginifiche

Pare che Samuel Taylor Coleridge, il grande poeta del romanticismo inglese, avesse l’abitudine di seguire le lezioni di chimica della Royal Institution. Quando qualcuno gli domandò perché si sottoponesse a quel tormento, Coleridge rispose: «Per arricchire la mia riserva di metafore». Una volta, negli anni Settanta, Italo Calvino fu bacchettato da Margherita Hack perché, scrivendo di buchi neri, aveva sbagliato un qualche dettaglio scientifico, si era «fatto incantare dalle immagini». La risposta, un po’ incredula, di Calvino fu che per uno scrittore che, come lui, «va continuamente in caccia di immagini al limite del pensabile, questo è un duro colpo: come incontrare un cartello di “caccia vietata” in un bosco (la scienza) che per lui è una riserva di pregiata selvaggina». Questo per dire quanto i muri tra “le due culture”, quella scientifica e quella umanistica, siano sempre stati più porosi di quanto si creda, o di quanto lasciasse intendere il libro del 1959 di Charles P. Snow, Le due culture appunto, che denunciava l’incomunicabilità tra scienziati e scrittori. Bene. Sessant’anni dopo il libro di Snow possiamo dire che quel muro è crollato, sta crollando, deve definitamente crollare.

Siamo anche sopravvissuti al 2019, anno massimamente fantascientifico (vi era ambientato Blade Runner) e la scienza non ha più bisogno di essere mediata dal fantastico per essere letta. Il 2020 sarà l’anno della scienza come letteratura, non come ispirazione o spunto, ma direttamente come motore primo dell’immaginazione. Negli ultimi anni ci sono stati il successo globale dei libri di Carlo Rovelli o Yuval Noah Harari, editori raffinati come Adelphi o nottetempo che dedicano nuove collane a testi scientifici sugli animali, e in generale una diffusa domanda di “brainy books” (come li chiamano gli inglesi). Sono tempi confusi, questi, in cui la complessità e l’interconnessione di ogni fenomeno fanno calare una nube di ambiguità e ansia sulle cose del mondo: per questo servono libri pieni di informazioni e di fatti. Libri, come quelli di scienza, che ci ricordino che, be’, ecco, c’è una realtà là fuori che non puoi falsificare come una fake news o tenere fuori dalla tua bolla, e che in quanto tale è anche una realtà condivisa. E, se c’è una realtà condivisa, allora c’è anche la possibilità di tenere in vita una conversazione con il nostro prossimo. Ma se fosse tutto qua, alla fine, saremmo ancora in territori che non necessariamente sono quelli della letteratura.

 

«Esistono leoni alati, / sfingi col seno di donna, / angeli in bianco e ninfe del mare», scriveva Iosif Brodskij: ma il fatto è che oggi ai leoni alati e alle sfingi col seno di donna la scienza può contrapporre un universo di immagini, metafore, idee ancora più visionario: luce zodiacale, rumore cosmico di fondo, singolarità, orizzonte degli eventi, rumore bianco, spazio curvo, dimensioni arrotolate, rottura della simmetria… La scienza non ha solo allargato il dominio di ciò che conosciamo (e di quello che non conosciamo: mai siamo stati più consapevoli della nostra ignoranza, della nostra piccolezza. Non è già questo un sentimento romanzesco?), ma ha anche ridefinito gli estremi di ciò che chiamiamo bello. I libri di scienza ci mettono di fronte a fenomeni ascrivibili alla categoria del sublime. Un sentimento che ha a che fare con la sproporzione tra la finitezza delle nostre vite e l’infinitamente vasto universo, un impasto di bellezza, piacere, ma anche smarrimento, sproporzione, meraviglia, terrore. A differenza del sublime tradizionale, che ricorreva a terremoti o tempeste per esemplificarsi, quello di buchi neri, di onde gravitazionali, di universi ologrammi teorizzati dalla fisica delle stringhe e del mondo subatomico è un sublime nuovo, che questi libri ci raccontano e a cui le menti più brillanti dei prossimi anni si dedicheranno. Connettere ciò che il filosofo Timothy Morton definisce “iperoggetti” (qualcosa di troppo vasto e diffuso per essere colto nella sua interezza dalla mente umana: come un buco nero o il cambiamento climatico) alla vita e ai suoi singhiozzi, connettere il “nuovo sublime” al cuore umano è il compito dei costruttori di futuro che ci meritiamo.

Perché il futuro della letteratura è il futuro.

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