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La tecnologia ci aiuterà ad aiutare gli altri

IL 118 13.01.2020

Il populismo che soffia ovunque ha investito anche filantropi e benefattori, spesso bollati come una élite mossa da secondi e misteriosi fini. Come salvaguardare le iniziative dei privati e ripristinare il patto di fiducia tra chi dà e chi riceve? Intelligenza artificiale e blockchain ci offrono una soluzione

Filantropi: più benefattori o più speculatori? La domanda è coerente se si considera quanto sta accadendo nel mondo: il vento “antisistema” che soffia ovunque sta investendo anche le figure di quegli imprenditori che agiscono nel sociale, nella cultura. L’analisi è di Rhodri Davies, head of policy della britannica Charities Aid Foundation. «È stata costruita una narrazione negativa attorno ai filantropi, che però non corrisponde alla realtà», spiega Davies a IL. «La filantropia sta attraversando una fase caratterizzata da un problema di mancanza di fiducia». Come in altri settori, anche in questo, il vento populista plasma la percezione, dipingendo tutti i costruttori di futuro come approfittatori, in combutta con il cosiddetto deep state, lo “Stato profondo”. Filantropia, dunque, nel mirino come è accaduto all’élite e ai governi. Per spiegare quanto è accaduto, Davies ricorre a un esempio: di recente, il miliardario Michael Dell, commentando la notizia di un’eventuale imposta al 70 per cento per chi guadagna oltre 10 milioni di dollari l’anno, ammise di preferire le sue competenze, nel gestire quei fondi, a quelle del governo. Per Davies sono casi come questo che alimentano la narrativa della filantropia “cattiva”; casi di filantropi che cercano di farsi Stato. Quando un miliardario non può controllare la tassazione, ha scritto Forbes, cerca ciò che può controllare, cioè la redistribuzione della sua ricchezza secondo i suoi parametri.

Un fenomeno nuovo, dal momento che, nel Regno Unito e, in generale, in Occidente, «storicamente governo e filantropia hanno sempre lavorato assieme. Il bilanciamento di poteri dipende dalle società e dalle culture dei singoli Paesi», continua Davies, che in uno dei suoi ultimi volumi dedica un’ampia sezione alla storia dell’impegno profuso per aiutare gli altri. Per lo studioso, questa polarizzazione del dibattito pubblico è pericolosa: «Da sola, la filantropia non basta per risolvere i problemi strutturali. Può però fungere da catalizzatore per l’innovazione sociale», senza che si creino sovrapposizioni con lo Stato. Ma se all’origine di questa crisi c’è la rottura di quel patto di lealtà, di fiducia, che lega i filantropi ai beneficiati, quale può essere la via d’uscita? La soluzione, per Davies, è la tecnologia: da una parte, grazie al boom della scienza dei dati e dell’intelligenza artificiale, permette ai filantropi decisioni più razionali ed efficaci. Dall’altra, grazie alla realtà virtuale e aumentata, apre le porte a nuove forme di raccolta fondi di tipo esperienziale.

Davies le definisce «macchine empatiche», capaci di farci immergere nella realtà che vogliamo aiutare. Ed è su questo punto che la tecnologia può risolvere il problema della fiducia, conclude citando la blockchain, un «libro mastro per le transazioni» a disposizione di tutti e non soltanto di un’autorità che può garantire trasparenza e maggiore facilità nelle donazioni. Con una avvertenza, però: è vero che la blockchain può ridurre frodi e corruzione avvicinando nuovi donatori, ma è altrettanto vero che il regime di trasparenza assoluta può rivelarsi controproducente in determinate aree del mondo e per specifici temi. Per esempio, nel caso delle associazioni per i diritti civili dei gay nei Paesi in cui l’omosessualità è illegale. Anche in questo caso, la tecnologia è solo un mezzo per una scelta che resta tutta umana.

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