Appendice

Chernobyl è un mondo in attesa

12.02.2020

La scuola di Pripyat, abbandonata e invasa dalle piante cresciute negli anni successivi alla tragedia, avvenuta il 26 aprile 1986 (2005)

Osservare le fotografie di Gerd Ludwig (in mostra a Bologna) e capire perché i luoghi della catastrofe nucleare, segnati dall'abbandono e dalla ruggine, sfuggono all'immobilità

Alcuni di loro ritornano, come possono: in una delle piazze abbandonate di Pripyat, davanti al vecchio Palazzo della cultura, a Natale un gruppetto di ex residenti della città che ospitava i lavoratori di Chernobyl ha decorato un albero con vecchie foto delle loro famiglie, e palline colorate in giallo e nero, il simbolo del nucleare che ha marchiato questa città, condannandola. È congelata nel tempo da 34 anni, case e strade in rovina gridano al cielo il proprio vuoto: eppure, per gli abitanti di un tempo, quell’albero di Natale è il segno che Pripyat non è morta. La vita, dicono, può tornare anche qui. 

Ma sarà una vita di passaggio, lo sguardo incuriosito dei turisti che ora il governo ucraino vuole incoraggiare sempre più, stanco – come ha detto di recente il presidente Volodymyr Zelenskiy – dell’impatto negativo che l’incidente alla centrale nucleare ha riversato sul “brand Ucraina”. In effetti, nel luglio scorso Chernobyl ha vissuto una svolta importante, il completamento del gigantesco arco di acciaio che sigilla il reattore n.4, sfuggito al controllo degli operatori nella maledetta notte del 26 aprile 1986. Ora, spiega la Banca centrale europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) che ha gestito la costruzione dell’arco, può iniziare il lungo cammino per smantellare e disporre del vecchio sarcofago, costruito frettolosamente dopo il disastro, e soprattutto per trovare il modo di affrontare il “mostro”, il nucleo fuso del reattore. Questa è la vita che aspetta il sito della centrale: ricercatori e tecnici ancora in cerca di risposte. A Pripyat – tre chilometri di distanza da Chernobyl – l’uomo non potrà tornare mai più stabilmente. O meglio, dicono gli scienziati, vivere qui sarà sicuro tra 24mila anni. Nel frattempo, gli edifici contaminati dovranno finire di distruggersi da soli.

Operai al lavoro per la messa in sicurezza dell'impianto (2005)

Quello che rimane dell'asilo di Pripyat, evacuto il giorno dopo l'esplosione (2005)

Cartello di pericolo radiazioni nei pressi di Pripyat (2011)

Le vittime della tragedia negli uffici statali di Kiev (1993)

La sala di controllo dell'impianto nucleare (2005)

La vita che non guarda a questi limiti è quella della natura, che al contrario ha approfittato dell’assenza dell’uomo e si sta impadronendo di Pripyat e delle sue vie, dopo aver ripopolato di piante e animali le foreste intorno. Così, lo sguardo di un fotografo come Gerd Ludwig, che si posa sui banchi di scuola abbandonati, sui lettini arrugginiti, le bambole rotte e i quaderni decomposti, in realtà non fissa un mondo immobile. La neve cade, la vegetazione irrompe dalle pareti e si attorciglia ai cancelli, l’asfalto si frantuma. Questo non è un mondo immobile perché la stessa centrale, ora ricoperta di acciaio, ha cambiato aspetto in confronto agli scatti risalenti al 2011 e al 2014. Non è immobile perché la malattia continua ancora a segnare la vita dei bambini, di adulti che non potranno tornare a casa mai più. 

Sotto l’arco di acciaio, aiutato dalle sue tecnologie, l’uomo cercherà di porre rimedio: ancora non sappiamo fin dove riuscirà ad arrivare. Questo è un mondo in attesa: incredibilmente, le immagini di Gerd Ludwig (in mostra a Bologna, sotto il titolo Chernobyl: l’ombra lunga, negli spazi di ONO arte contemporanea ancora per qualche giorno, fino al 15 febbraio) riescono a trasformarlo in poesia, mentre trasmettono il senso della fragilità umana che raccoglie i pezzi di quanto ha saputo provocare, e invitano a condividere l’attesa e il dolore. Forse l’unico modo possibile per sopportare la tragedia di Chernobyl.

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