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Caro amico Bong, ti scrivo

13.02.2020

Bong Joon-ho (1969), fresco di Oscar per “Parasite”

Lettera aperta – con il cuore in mano – al regista di “Parasite” da parte di un fan della primissima ora: adesso che ce l'hai fatta e che tutto il mondo ti adora, non tradire le radici del tuo cinema. E quindi: stai lontano dall'America

Caro Bong,

non ci conosciamo, o meglio tu non mi conosci, io sì, ma mi permetto di scriverti perché sono innamorato di te – cinematograficamente parlando – fin da quando una decina d’anni fa mi sono fortunosamente imbattuto in uno dei tuoi film: The Host (uscito, per la verità, nel 2006). Era la storia di un mostro, generato dall’inquinamento del fiume che attraversa Seul, che sterminava un bel po’ di persone, colpendole direttamente o contaminandole con un virus che costringeva le autorità a isolare la popolazione colpita. Molto profetico, caro Bong, ma la cosa importante non è questa. Il film non era perfetto – anzi, a dirla tutta, verso la metà si perdeva un po’, anche se poi nel finale ritrovavi la giusta strada –, però mi aveva colpito per tre ragioni: la freschezza delle idee, la maniera in cui usavi la camera, trovando sempre un modo originale di girare senza mai essere gratuito, e la tua capacità di mescolare i generi con una naturalezza impressionante. Caratteristiche che si distinguono nitidamente in tutti i tuoi film, e che ti hanno portato l’altra sera a dominare gli Oscar. A me stupisce che nessun regista sudcoreano abbia mai vinto una statuetta prima di te – prima delle tue quattro – visto l’impatto che hanno avuto autori come Kim Ki-duk (Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, Ferro 3, Pietà), Park Chan-wook (Mr. Vendetta, Old Boy, Lady Vendetta), Kim Ji-woon (Two Sisters, Il buono il matto e il cattivo, I Saw the Devil), Lee Hae-jun (Castaway On The Moon) o Lee Chang-dong (Burning – L’amore brucia), per ricordare solo i più popolari, ma non è questo che voglio dirti.

Immagini da “Memorie di un assassino”, film di Bong Joon-ho del 2003 tornato in sala sulla scia dell'Oscar al regista

Quello che voglio dirti, caro Bong – anzi, quello di cui voglio implorarti – è di non lasciarti stritolare dall’abbraccio felice del cinema americano. Non saresti il primo, Bong mio, e non sarebbe la prima volta per te. Perché quando eravamo pronti a vederti trionfare – con il dolore classico di chi non avrebbe più fatto parte di una piccola cerchia di ammiratori sinceri, misto alla fierezza per un amico che ce la fa – ti abbiamo invece visto inciampare. Okja, caro Bong, la parabola ecologista del supermaiale e della sua piccola amica, io non riesco proprio a spiegarmelo, e qui gli americani ci avevano già messo le mani eccome. Ma anche Snowpiercer, altro titolo ad alto tasso di attori Usa, non si può dire che sia il tuo film migliore: i paradossi delle sperequazioni sociali, per fortuna, li hai poi messi in scena con efficacia inarrivabile in Parasite.

Ora torna nelle sale Memorie di un assassino, del 2003, e io penso che voglio vedere altri film eleganti e meravigliosi come questo, dove forse sei stato più vicino a un genere solo – il noir, anche se la metafora lì è tutta politica – e come Parasite, dove riesci a essere fedele alla tua idea di fondo senza perderti e il mix dei generi è più equilibrato che mai. Quindi, caro Bong, prestati pure alla serie tv tratta da Parasite – anzi, è un buon modo per sfuggire alle trappole dei prequel e dei sequel – e lascia che sia quello l’abbraccio fatale degli americani, ma poi torna a casa tua, torna a far recitare i tuoi straordinari attori sudcoreani – se ci fosse una giustizia negli Oscar, avrebbero vinto qualche premio pure loro. Te lo chiedo con il cuore, caro Bong, e stai certo che non è una preghiera puramente egoistica.

Con affetto, tuo

Federico (Instagram: nuovo.cinema.federico)

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