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Dalle 9 alle 5, sopruso quotidiano

25.02.2020

L'attrice Julia Garner nei panni della protagonista Jane in “The Assistant” di Kitty Green

L'abuso contro le donne assume molte e varie forme. E può materializzarsi in ufficio, giorno dopo giorno, tra scoppi d'ira, mansioni umilianti e prepotenze imposte da colleghi e capi maschi. Lo racconta “The Assistant”, il bel film di Kitty Green presentato alla Berlinale, ultimo di una trafila di eccellenti prodotti culturali che tematizzano il #metoo

Al momento in cui scrivo questo articolo siamo in circa trenta giornalisti nella sala stampa della Berlinale, sette sono donne. Mi chiedo che cosa hanno pensato del film The Assistant di Kitty Green, uno dei titoli più anticipati del festival e già lodato al suo passaggio al Sundance qualche settimana fa. Quasi un film da concorso, The Assistant è il debutto narrativo di una regista statunitense che fin dalle prime prove si è imposta come sguardo radicale nella rappresentazione della donna. Fattasi inizialmente notare per il ritratto sulle attiviste Femen, Ukraine Is Not a Brothel, Green ha poi girato altri due doc — un corto, The face of Ukraine: Casting Oksana Baiul, e un lungo, Casting JonBenet — che con acutezza e originalità associano la violenza contro le donne alla strumentalizzazione dell’aspetto fisico fin dall’infanzia. Uno dei rischi maggiori per chi decide di affrontare queste tematiche è la semplificazione. Ma oltre alla necessità di sintesi richiesta a un narratore di talento, qui Green è maestra nel tracciare una storia essenziale — per i canoni tradizionali, non succede praticamente nulla —senza privarla delle sfumature cruciali per fare il proprio punto: l’abuso contro le donne assume molte e varie forme.

The Assistant racconta le quasi ventiquattro ore lavorative di Jane (Julia Garner, già Emmy per Ozarks), impiegata come assistente in un’importante casa di produzione newyorchese. La stanza che condivide con altri due assistenti di rango superiore è l’anticamera dell’ufficio del gran capo. Lui, in stile Il caimano, non lo vediamo mai. Finiamo però per sapere molto dei suoi spostamenti, gusti alimentari, perfino problemi di salute. Il dovere di Jane è stampare memo, portare caffé, affrontare il rimpiazzo dell’autista come un’emergenza codice rosso e sorbirsi le sfuriate della moglie. Impilare medicinali nell’armadietto privato; raccogliere siringhe usate.

La locandina del film

Forza assente e priva di nome che pervade tutto, “lui” lo sentiamo solo al telefono un paio di volte, quando chiama Jane per rimproverarla aggressivamente di errori che non ha commesso. Al termine delle telefonate, Jane si precipita a comporre e-mail di scuse, dettata dai colleghi maschi che l’osservano da dietro le spalle. La casa di produzione è un ufficio grigio, ovattato di moquette, cestini della pattumiera, post-it, calendari cartacei, intercom e telefoni, microonde, pranzi consegnati in tiepidi pacchi di polistirolo. Un mondo quasi anni Ottanta, che per scala cromatica e valori ricorda più l’iconico Una donna in carriera di Mike Nichols (1988, con Melanie Griffith, Harrison Ford e Sigourney Weaver — rievocato nel film di apertura del festival, My Salinger Year) che un moderno, paritario luogo di lavoro. È un mondo letteralmente scritto dagli uomini, dove prevalgono gerarchie e simboli antiquati, dove l’ambizione è il lasciapassare per qualsiasi violazione e la maleducazione si trasforma in violenza con la semplicità di un gesto. È il mondo del cinema, ma non solo.

Chissà se le donne con cui ho condiviso la visione in sala prima e la scrivania ora si sono ritrovate in qualche scena. Scoppi d’ira e insulti che travalicano la ramanzina professionale. Badare alla vita privata di un proprio superiore con il compito di sistemarla — o, semplicemente, esserne esposti. Ricevere la colpa di ciò che non funziona perché si è la persona più giovane e più femmina. Quel mio capo che si toglieva sempre le scarpe prima di cominciare la riunione, o quel collega che mi faceva la paternale sul femminismo mentre io sola trasportavo casse di birra per un evento. Quante delle interazioni osservate in The Assistant sono riconducibili a esperienze che uno — anzi, una — crede eccezioni personali, ma sono spesso tanto diffuse da diventare norma. Una norma così deviata che smascherarla non fa più effetto. Quando una giovanissima sosia di Ornella Muti si presenta in ufficio per il suo primo primo giorno di lavoro come assistente, Jane è confusa. Quando la neo-assunta, ignara e aspirante attrice di Boise, Idaho, è ospitata in un albergo di lusso e “lui” si reca a trovarla, Jane decide di parlarne con il responsabile risorse umane. Quando lei condivide i suoi sospetti, questo ripete la vicenda con le proprie parole, minimizzandola, ridicolizzandola: un’esemplare ricostruzione dei fatti pre #metoo.

L’inchiesta del New Yorker che vinse il Pulitzer nel 2018 è appena culminata con la sentenza giudiziaria che riconosce Harvey Weinstein colpevole di aggressione sessuale. La copertura mediatica del processo è stata accompagnata dagli ultimi episodi del podcast di Ronan Farrow, Catch and Kill, che estende le ricerche effettuate nell’industria cinematografica ai metodi intimidatori di Donald Trump nella politica e nel giornalismo. Il sistema da cambiare, lo sappiamo, non è solo quello del cinema: se The Assistant è “solo” l’ultimo di una trafila di eccellenti prodotti culturali che tematizzano il #metoo ma non scopre nulla di nuovo, è anche un film che si prende delle rivincite notevoli sull’ambito socio-culturale, che più di tutti è sotto esame. Accumulandosi nel cassetto della stampante come una folla di vittime o voci silenziose pronte a uscire allo scoperto, i ritratti delle attrici fotocopiati da Jane sottolineano come la “colpa” del cinema sia basarsi sulle apparenze. Ma essendo prima di tutto un mezzo visivo, questo porta con sé il vantaggio di mostrare e provare i fatti direttamente, senza incorrere nella prosaicità e fallibilità delle parole. Se potessimo raccontare mostrando: quanto più difficile sarebbe dirci che non abbiamo ragione.

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