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E se Greta imparasse da noi?

IL 118 20.02.2020

Da sinistra, Shreya Ramachandran, Edgar Edmund, i fratelli Nav e Vihaan Agarwai e Nikita Shulga

C’è chi ha saputo trasformare la plastica in mattoni e chi ha trovato il modo per recuperare i rifiuti delle mense scolastiche. È la generazione di giovanissimi che, come l’attivista svedese, sta crescendo formata dall’impegno ambientalista. Uno di loro li ha intervistati per farsi raccontare come sognano di cambiare il mondo

Shreya Ramachandran

16 anni, vive a Fremont, negli Stati Uniti. Ha sviluppato il Grey Water Project, un programma di sensibilizzazione sui benefici del riutilizzo delle acque grigie.

Shreya Ramachandran, sei la vincitrice dell’edizione 2019 del Children’s Climate Prize, il premio nato in Svezia nel 2016 e destinato ai giovani dai 12 ai 17 anni che hanno sviluppato progetti sul fronte della tutela ambientale. Quando hai iniziato a interessanti a questi temi?
«Ho conosciuto personalmente le conseguenze della mancanza di acqua. Quattro anni fa, in occasione di una gara di tiro con l’arco, ho visitato la California centrale. In quei giorni, stava attraversando una grave emergenza idrica dovuta al prosciugamento dei pozzi. La situazione era così grave che la gente doveva ricorrere alle autocisterne per bere e lavarsi. Non molto tempo dopo, sono stata in India e mi è capitato di parlare con alcuni agricoltori. Mi hanno raccontato di aver dovuto abbandonare i loro terreni per trasferirsi in città, in ricerca di un lavoro. Questo a causa del mancato arrivo del monsone. È stato allora, ascoltando le loro storie, che mi sono resa conto di quanto la scarsità d’acqua sia una questione globale».
Ma come sei passata all’azione?
«Ho scoperto che molti metodi, cosiddetti convenzionali, usati per risparmiare acqua, non sono attuabili o non bastano. Mi spiego: se non piove, non si possono raccogliere le acque meteoriche. Allo stesso modo, quelle pratiche come risparmiare l’acqua quando facciamo a doccia o ci laviamo i detti, sono indicazioni importanti sul piano della sensibilizzazione culturale, ma del tutto inadeguate a salvaguardare le risorse. Partendo da questa constatazione, ho cercato di capire se fosse possibile riciclare l’acqua che abbiamo già in casa. Mi riferisco alle acque chiamate grigie, quelle appunto della doccia o della lavatrice. Un “bacino” importante, basti pensare che nei soli Stati Uniti il 60 per cento dei consumi idrici delle famiglie è costituito da acque grigie. Ciò significa che negli Stati Uniti vengono gettati 42mila miliardi di litri ogni anno, uno spreco enorme. Ho così pensato che la cosa più semplice da fare fosse riutilizzarle, in particolare quelle della lavatrice. Allora ho scoperto le noci lavanti».
Noci lavanti? Di che si tratta?
«Sono i gusci del frutto dell’albero del sapone (Sapindus Mukorossi) che, a contatto con l’acqua, liberano saponina. Mi sono chiesta se potessero essere usati come alternativa ai detersivi. Questo avrebbe semplificato il riciclo. Per esserne certa, per avere cioè la conferma che il reimpiego fosse sicuro, ho studiato per quattro anni. Ho verificato che l’irrigazione con queste acque non compromettesse la crescita delle piante né la qualità del terreno e dei suoi nutrienti; che non alterasse il microbioma del suolo e, infine, che non introducesse pericolosi organismi patogeni. Sono arrivata alla conclusione che sì, è veramente possibile riutilizzarle per l’agricoltura. Questo è stato il primo passo. Poi, discutendo del mio lavoro con altre persone, mi sono resa conto che molti non riescono a vedere le acque grigie come una risorsa preziosa, ma solo come acqua sporca da gettare via. È stato allora che ho fondato Grey Water Project, un’organizzazione senza fini di lucro».
Quali risultati stai ottenendo?
«Il mio progetto ha raggiunto oltre 10mila persone in questi due anni di attività, un numero che mi auguro continui ad aumentare. È fondamentale perché le nostre riserve si stanno assottigliando: si prevede che la domanda di acqua aumenterà del 55 per cento da qui al 2050. Se vogliamo avere un futuro dobbiamo tutelare le nostre risorse. In questo senso il movimento per il clima può avere un ruolo: formare una coscienza critica».

Edgar Edmund

19 anni, vive in Tanzania, ad Arusha, ha costruito una macchina che converte i rifiuti di plastica in prodotti utili. Gestisce la società Green Venture Recycles.

Edgar Edmund, sei arrivato a vincere questo premio – due anni fa – dopo aver compiuto un percorso straordinario: da Arusha, nel Nord della Tanzania, alla Svezia. Raccontaci la tua, assai speciale, esperienza. «Inizio dalla fine e da quello che sono oggi: sono il fondatore di Green Ventures Recycle e mi occupo di riciclare i rifiuti di plastica per trasformarli in materiali da costruzione a basso prezzo, come mattoni a incastro, rivestimenti per pavimenti e tegole. Ma ho cominciato nel 2015 con soli 20 dollari. Me li aveva regalati mia madre e li ho usati per costruire il mio primo prototipo: fondamentalmente un forno per riciclare la plastica. Ma per ingrandire la mia impresa avevo bisogno di altri fondi che ho trovato partecipando a vari concorsi. Il primo è stato l’Anzisha Prize, una competizione che si svolge a Johannesburg e premia giovani imprenditori africani. Così ho recuperato 15mila dollari, grazie ai quali sono riuscito a passare dalla produzione manuale a quella con le macchine. La vincita del Children’s Climate Prize è stata la svolta. Non solo ho ingrandito l’azienda ma, acquistando altre strumentazioni elettriche, ho aumentato l’ecocompatibilità della produzione. Il Children’s Climate Prize è stato, inoltre, importante perché mi ha permesso di conoscere altri giovani ambientalisti con i quali ho potuto collaborare. Sono entrato in contatto con diversi investitori e aziende, in Svezia e in altri Paesi. Insomma intorno al mio lavoro si è creato un notevole interesse».
Che cosa ti ha messo più in difficoltà?
«Sicuramente la mancanza di sostegno da parte dei miei genitori – a mio padre non piaceva l’idea che raccogliessi rifiuti – e conciliare studio e lavoro. Dell’altro ostacolo ho già detto prima: è molto complicato trovare capitali in un Paese come la Tanzania in cui la sensibilità ambientale è assai ridotta. Ai ragazzi non si parla di queste questioni né dei cambiamenti climatici. Soprattutto in città come la mia, ad Arusha, è difficile trovare giovani formati in questo senso o che abbiano consapevolezza su cosa fare».
Qual è stata la scintilla che ti ha spinto a creare tutto questo?
«Un giorno sono andato a trovare mia zia a Dar es Salaam, la più grande città del mio Paese. Era una giornata piovosa, così ho assistito a qualcosa di tremendo: le case si scioglievano, letteralmente, perché le pareti erano costruite con il fango. E poi ovunque galleggiavano tubi di scarico e plastica. Ecco quel giorno, in quel luogo, ho cominciato a immaginare come risolvere contemporaneamente entrambe le questioni: una soluzione per liberarci da quella plastica e un modo per recuperare materiali da costruzione economici. Ho iniziato a sperimentare e alla fine sono riuscito a creare un campione. Ma, soprattutto, ho iniziato a considerare la questione in prospettiva: da quanto tempo siamo in questa situazione? Da anni ci sono inondazioni. Da anni siamo sommersi dalla plastica, ma qualcuno ha mai fatto qualcosa? Mi sono detto che non c’era più tempo da perdere e che il momento per agire era quello. Perché c’era gente che stava perdendo la propria casa, c’erano animali che mangiavano plastica».
Come è stato accolto il progetto da parte della tua comunità?
«Siamo riusciti a sensibilizzare e a cambiare il modo di pensare di molti. Abbiamo offerto formazione a circa 5mila persone. Ora diverse organizzazioni sono disposte a collaborare con noi. La scorsa settimana, per esempio, ci è arrivato un furgone pieno di rifiuti plastici dal Parco nazionale del Serengeti. Ciò mostra quanto tengano agli animali del parco».
Quali sono oggi le priorità ambientali del tuo Paese?
«In primo luogo le inondazioni, causate anche dall’arretratezza delle infrastrutture, e poi l’inquinamento da plastica. Ma siamo sulla strada giusta: il Governo ha messo al bando quella monouso. Questo mi dà molta speranza».

Nikita Shulga

14 anni, vive, a Kiev, in Ucraina. Con una sua compagna di classe, ha inventato Compola; sono stati finalisti all’edizione 2018 del premio.

Nikita, ci dici come un adolescente che vive a Kiev si è appassionato a tal punto ai temi ambientali da fondare un’azienda?
«Compola è un’impresa che ho avviato tre anni fa e che si occupa del compostaggio e del riuso degli scarti alimentari delle mense scolastiche».
Riuso?
«Il compost ottenuto viene utilizzato come fertilizzante per le piante. In questo modo contribuiamo a ridurre il volume dei rifiuti che finiscono in discarica. Abbiamo comprato la prima compostiera con le donazioni raccolte su una piattaforma di crowdfunding online. Poi, con il sostegno del ministero dell’Ambiente e di quello dell’Istruzione, abbiamo raggiunto oltre 200 scuole in tutto il Paese».
Ma da dove nasce questa idea?
«Dalla vista di un terreno, abbandonato, vicino casa mia. Un panorama davvero brutto. Così ho discusso con i miei genitori su cosa fare per migliorare la situazione. Ragionando insieme ci è venuta l’idea di utilizzarlo come sito di compostaggio, una soluzione che avrebbe richiesto poche risorse. Era la fine dell’estate e dopo poco sarebbe ricominciata la scuola. Con l’inizio delle lezioni ho parlato della mia idea ai miei compagni e una di loro, Sofia, si è unita al progetto. Lei aveva già esperienza nella trasformazione dei rifiuti organici».
Che accoglienza avete avuto?
«L’obiettivo di Compola è aumentare il livello di consapevolezza ambientale. Ci siamo resi conto che molti accoglievano favorevolmente il progetto, senza però spendersi davvero. Abbiamo, allora, lavorato per rendere la nostra iniziativa più attraente».
Quali sono le emergenze ambientali in Ucraina?
«Ora anche noi abbiamo la raccolta differenziata e si sta diffondendo l’uso di imballaggi sostenibili. Per esempio, nei negozi e nelle bancarelle adesso si possono trovare borse per la spesa riutilizzabili e spugne di luffa (vegetali) per lavare i piatti. Nei centri più piccoli, però, i rifiuti sono ancora un grosso problema perché mancano gli impianti di riciclaggio. Tutte queste difficoltà potrebbero essere risolte se la gente avesse coscienza del proprio potere e sapesse di poter essere la leva del cambiamento. Serve, quindi, più informazione per sollecitare sempre più persone a dare idee, cercare collaborazioni, ipotizzare soluzioni».
Essere stati finalisti nel 2018 del Children’s Climate Prize che impatto ha avuto sull’iniziativa?
«Anche se non abbiamo vinto un premio in denaro, siamo contenti di esserci classificati fra i primi cinque, perché in Ucraina chi ottiene un riconoscimento all’estero registra un aumento importante della fiducia da parte dei propri connazionali».
Pensi che sulle questioni climatiche si stia facendo abbastanza o si tratta solo di slogan?
«In Ucraina ci sono gruppi e aziende che parlano di rifiuti, ma non fanno niente di concreto. La consapevolezza è fondamentale, ma se non si trasforma in azione perde la sua utilità».
Il futuro di Compola?
«Vogliamo che nel nostro Paese ogni scuola cominci a compostare i rifiuti e che questa iniziativa coinvolga l’intera collettività. Speriamo poi di estendere il progetto alle scuole dei paesi confinanti, Bielorussia, Russia, Romania e Moldavia».

Vihaan e Nav Agarwal

15 anni e 12 anni, vivono a Nuova Delhi. Finalisti nel 2019, hanno fondato la One Step Greener, che si occupa di gestione dei rifiuti e di piantagioni di alberi.

Nav e Vihaan Agarwal, due fratelli, protagonisti insieme di un progetto ambizioso. Vivete in una delle aree più inquinate al mondo: ci raccontate com’è nato One Step Greener?
Vihaan: «A Delhi l’inquinamento è un problema enorme. Mi ha molto impressionato un articolo sull’incendio della più grande discarica della città, Ghazipur. In quell’incidente hanno perso la vita due persone e le fiamme hanno provocato il rilascio nell’aria di fumi tossici. È stato allora che ho capito il rapporto fra rifiuti e inquinamento atmosferico. Prima ne avevo sentito parlare a scuola nell’ora di scienze, ma non avevo collegato le due cose».
Parlaci della vostra iniziativa
Nav: «Siamo andati di casa in casa, una quindicina al mese, a insegnare l’importanza della differenziazione dei rifiuti. Da allora credo che abbiamo fatto parecchia strada: oggi serviamo 700 abitazioni in oltre 9 località».
Che accoglienza avete avuto?
Vihaan: «Mi pare buona, il che ci ha davvero incoraggiati».
Al Children’s Climate Prize avete vinto nella nuova categoria Aria Pulita. Quali sono i vostri piani per il futuro?
Nav: «Abbiamo creato un bosco rado in cui finora abbiamo piantato 250 alberi, vogliamo espandere il nostro raggio d’azione a Delhi e piantarne circa 10mila».
Vihaan: «Per quanto riguarda i rifiuti, ci piacerebbe essere ascoltati da chi si occupa delle politiche nazionali. E al tempo stesso coinvolgere nelle nostre iniziative un numero crescente di persone. Oggi raggiungiamo circa 2mila individui, direttamente, e circa 10mila indirettamente, ma in un Paese come l’India i numeri possono aumentare».
Quali sono le priorità su cui intervenire subito?
Nav: «L’inquinamento della falda acquifera: i liquidi scuri e tossici che penetrano nel terreno».
Vihaan: «Quindi se smettiamo di mandare i rifiuti in discarica evitiamo che venga contaminata la falda. Ma per tornare alla tua domanda, ciò che stiamo cercando di far comprendere è che le urgenze ambientali sono tutte collegate, intervenendo su un problema spesso si contribuisce a risolverne anche altri. Ti faccio un esempio: abbiamo iniziato con il rifiuto secco, poi siamo passati all’umido e ora ci stiamo occupando di quelli industriali, in particolare nel settore del cotone. Un’idea a cui ho cercato di lavorare personalmente è il recupero degli scarti di cotone dell’industria dell’abbigliamento per trasformarli in assorbenti per donne in difficoltà economiche. Ecco un progetto ideato per ridurre la filiera dei rifiuti, che ha un impatto anche su un’altra emergenza».

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