Appendice

La bilancia e i bilanci

11.02.2020

Scrivere di musica (e far scrivere di musica), facendo anche quadrare i conti di un periodico di carta. Ovvero: vita avventurosa del padre di un editore. Un’anteprima dal nuovo libro di Rossano Lo Mele, in uscita per minimum fax

Se hai fatto un trasloco, lo sai: i libri pesano un accidente, i giornali e le riviste pure. E se fai l’editore lo sai: distribuirli e stamparli è costoso. E per cosa? Per prodotti soggetti a una grande quantità di resi, ossia di copie che alla fine andranno al macero. Oggi tutti leggiamo notizie su grandi o piccole testate online, e molto più spesso leggiamo ciò che leggono i nostri amici nell’imbuto chiamato social media. L’informazione digitale non costa così cara, e manca soprattutto il reso – al limite può esistere il non letto, l’indesiderato, un articolo che non trova il suo spazio fra i potenziali lettori. Stando a queste differenze, la guerra dei mondi – carta vs digitale – ha già un vincitore, non ha neanche senso iniziarla. Però: però persiste la convinzione, o se volete chiamatelo il pregiudizio, che la carta sia un’altra cosa, perché «sul web possono scrivere tutti, sulla carta no». Gli artisti (così come gli scrittori) vogliono ancora stare su carta. I loro uffici stampa pure, meglio se accompagnati da qualche fenomeno virale in rete. Insomma, che piaccia o meno, la carta profuma di autorevolezza. Per quanto ancora io non lo so proprio, ma so che per adesso le cose vanno ancora in questo modo, e siccome si parla da decenni dell’imminente pietra tombale da porre sopra la carta, non scommetterei troppo sulla sua veloce scomparsa.

Che la carta pesi io e mio padre ce ne accorgiamo ogni mese, senza bisogno del trasloco. Ce ne accorgiamo quando ci svegliamo all’alba per andare dal corriere a ritirare le copie di Rumore, la rivista che dirigo. E quando impiliamo gli scatoloni sui carrelli che si usano per fare la spesa e li portiamo in cantina. E quando imbustiamo gli arretrati o le copie per gli abbonati. Mio padre ha lavorato per una vita in ferrovia. È uno preciso: gestiva i turni, i bigliettai, le ferie. Ora gestiamo un’azienda assieme, un’azienda che più familiare non si può. Papà si occupa delle spedizioni, del conteggio abbonati, degli arretrati, dei contratti con la posta. Ci dedica molto tempo, è diventato il cliente più stabile dell’ufficio postale vicino a casa. Mamma gli dice: non andare tutti i giorni, altrimenti pensano che tu sia un vecchio pazzo. Così, mentre il caffè viene su gorgogliando e mamma lo zucchera ancora caldo nella moka, io guardo i miei: attaccano etichette e infilano dentro buste bianche copie del giornale, non distanti dalla stanza dove tanti anni prima ho cominciato a firmare i miei pezzi proprio su quella testata.

Molte volte io li saluto e poi prendo un treno. Arrivo in una stazione a caso, in una città qualunque, non troppo distante, ed eccomi davanti a un’edicola come tutte le altre. Controllo come viene esposto il nostro giornale, quante copie ha in vendita. Ne chiedo una, per attaccare discorso e sapere se il giornale c’è da sempre, quante copie vende, quanti sono i resi e così via. Dato che queste sono le pagine più personali del libro, credo sia arrivato pure il momento di confessare e scaricarmi la coscienza: se in edicola e libreria la mia rivista non è molto visibile, beh, ci penso io a dare una sistemata. In piazza Duomo a Milano c’è una libreria enorme dove è facile confondersi fra i clienti, avvicinarsi ai mensili, e taaac, mettere Rumore in bella vista. Un giorno forse le riviste di carta finiranno, oppure si materializzerà la mitica edicola svedese in cui ordini la copia di una determinata testata e te la stampa sul momento. Ma per il momento va ancora così.

Ho voluto descrivere il lavoro concreto dietro alla rivista per far subito capire che la strada è tutta in salita. Ma cosa suggerire a chi è pronto a rimboccarsi le maniche oggi? Che esempio dare e che storie raccontare? A me è capitato di fare il ghost writer e il collaboratore pagato una miseria o pagato niente ad articolo. Ho visto le mie idee venire rubate dal redattore più anziano di turno. E la mia esperienza non è stata di certo particolarmente sfortunata. Questo è un mondo dove la passione di chi lo abita è talmente grande e i soldi talmente contati che di delusioni cocenti è facile subirne tante. In questo contesto va pure ricordato, senza condannare il mezzo di comunicazione in sé, che l’avvento dei social media ha alimentato una sorta di «sfogatoio» di malumori e polemiche su tutto ciò che riguarda la musica: ognuno ormai ritiene di avere in tasca la verità e l’analisi giusta di qualsiasi fenomeno.

Una verità, però, mi sento di anticiparla qui anch’io: l’unica cosa che conta davvero e che ha la capacità di rimanere è la musica. Per la musica vale quello che Pasolini diceva per la poesia: non si usura. Un disco parla sempre, il marketing, virale o non virale, muore dopo un mese. Se mi chiama un ufficio stampa e mi propone il tale artista per la copertina, io dico sempre: prima ascoltiamo il disco. Questa per me è una costante, all’interno di un mondo che ha visto e vede ancora profondi mutamenti. Ad esempio la musica ora sta nei computer, nello smartphone, nelle web radio, è sempre più diffusa e apparentemente immateriale. E dunque è necessario che un testo come il mio sullo scrivere di musica racconti la carta ma tenga pure conto del cambiamento tecnologico epocale.

Ogni tanto mi viene da imprecare per non aver accettato il lavoro da selezionatore del personale in una multinazionale che mi era stato proposto all’indomani della laurea. Poi però penso a quando guardavo i dorsi dei dischi, da ragazzo. E ancora oggi faccio lo stesso gesto, ma con i numeri della rivista che ho l’onore di coordinare. Accarezzo la brossura, li guardo e li annuso; sono qui, con me, ora. Ma sono anche – uno in fila all’altro – la storia di una vita, di un mestiere. Una sensazione che davvero non riesco a descrivere. Decine di migliaia di recensioni, migliaia di interviste, centinaia di copertine. Gruppi nati e già sciolti, ancora vivi e in piena fioritura, promesse disattese, analisi sbagliate, gruppi sotto o sopravvalutati. Le cose vanno come devono andare anche nella musica. Inutile usare una bilancia.

Però mio padre una bilancia ce l’ha: e la usa per pesare le singole copie. Nei contratti con le poste il peso stabilisce le varie categorie di costo di spedizione. Talvolta capita che il nuovo numero pesi qualche grammo in più della soglia che utilizziamo di solito. È un peccato ed è una spesa che, sommata per le tante copie da inviare, incide sul serio (avrete ormai intuito che i margini di guadagno non sono certo alti). Mio padre allora usa due stratagemmi, a seconda delle stagioni: d’estate mette sul balcone, in un posto riparato, le copie così che il calore «asciughi» il peso eccessivo. D’inverno invece usa, con cautela, il termosifone o l’asciugacapelli. Poi ricontrolla di nuovo il peso. Doppia pesata per il nuovo numero, proprio come si fa coi neonati. Perché la rivista è il bambino di mio padre, è suo figlio, o meglio suo nipote. Se il peso si è ridotto mi guarda e ridendo mi dice in dialetto: «Hai visto che anche stavolta ce l’abbiamo fatta?» Poi esce di fretta e va alla posta, prima che il peso aumenti di nuovo.

Rossano Lo Mele

Scrivere di musica. Una guida pratica e intima

minimum fax 2020
160 pagine, 15 euro

 

In libreria dal 13 febbraio
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