«Domino il respiro, mi mordo le labbra, sorveglio i movimenti non appena il prurito inizia a montare. Attendo. Ha sempre funzionato. Ma stavolta non so come arrivare a domani». Ecco le prime pagine del nuovo romanzo di Guido Maria Brera, “La fine del tempo”, in uscita oggi per La nave di Teseo

Il primo romanzo di Guido Maria Brera, I diavoli (Rizzoli, 2014), era già tutto spiegato dal suo sottotitolo: La finanza raccontata dalla sua scatola nera. “La finanza”, perché proprio in quel mondo si muovono i personaggi del romanzo; “dalla sua scatola nera”, perché, a neanche trent’anni, Brera aveva già fondato con due soci il Gruppo Kairos (oggi è capo degli investimenti del Gruppo Kairos Julius Baer). Da I diavoli è nata anche una serie televisiva con Alessandro Borghi, Patrick Dempsey e Kasia Smutniak, che andrà in onda su Sky nella prossima primavera. Dopo Tutto è in frantumi e danza scritto insieme con il Premio Strega Edoardo Nesi (La nave di Teseo, 2017), che era un viaggio nella crisi mondiale condotto lungo le crepe della globalizzazione, Brera riprende il filo dei Diavoli con La fine del tempo, in uscita oggi per La nave di Teseo. In questo romanzo, che scava con un passo da thriller nella notte dell’economia digitale, Brera racconta il dominio delle grandi tech-corporation sull’economia mondiale. Ne proponiamo qui le prime pagine.

 
Aprile 2024, ore 2.24 del mattino 
 
Hanno un esoscheletro di un centimetro circa, sei zampe e piccole antenne sulla testa. Marciano in colonie alla ricerca di cibo, di solito carcasse d’animali. Si muovono in sincronia, quasi fossero un unico organismo. Formano una schiera compatta che avanza nell’oscurità. Una marcia implacabile e silenziosa.
Vivono su di me, da anni ormai. E stanotte sono centinaia. Le sento percorrere le braccia e le gambe, la pancia, il collo, il mento. Le sento inoltrarsi tra i capelli, infilarsi sotto le unghie, entrare nel naso, incunearsi nelle cavità degli occhi.
Ogni volta che provo a scacciarle, le mie mani incontrano il vuoto. È come se un proiezionista misterioso le replicasse direttamente sulla mia pelle. Eppure le sento percorrere le braccia e le gambe, la pancia, il collo, il mento. Le sento inoltrarsi tra i capelli, infilarsi sotto le unghie, entrare nel naso, incunearsi nelle cavità degli occhi.
Formiche meccaniche senza colore. Trasparenti, invisibili. Droni di ultima generazione, figli della frontiera cibernetica. Oppure spettri di una mente, incubi antichi di prima della fine del tempo.
Formiche meccaniche senza colore. Trasparenti, invisibili. Non vanno via. Mai.
 
Mi alzo bruscamente dal letto, raggiungo la finestra della camera d’albergo. I ciliegi brillano nella notte del parco, il più magico di tutto il Giappone.
In questo Paese hanno un termine esatto che indica la contemplazione della fioritura: hanami. Da qualche giorno i boccioli hanno iniziato a schiudersi, altri li seguiranno per pochi giorni ancora. Appoggio la mano sul vetro come se potessi afferrare quelle prime gemme rosa. O come se potessi scaricare altrove il peso della solitudine e dell’insonnia. Il peso dell’angoscia, dei ricordi, dei rimorsi.
Scelgo un singolo fiore ancora chiuso, sul ramo più vicino alla finestra. Vorrei catturare il prodigio della sua apertura al mondo. Aspetto con pazienza, mi concentro su ogni minimo movimento, finché non avverto lo strisciare di una formica sul gomito. Cerco di schiacciarla senza distogliere lo sguardo dal ramo che ho scelto. È un tentativo inutile, sul gomito non c’è niente. All’esterno, invece, ci sono altri germogli che stanno per fiorire. Avverto di nuovo i parassiti addosso, lungo la schiena. Mi guardo le dita che sono passate su quegli esseri, senza trovare alcun corpo.
Torno a cercare il paesaggio magnifico della distesa di ciliegi. Il rosa è uno scintillio sulle chiome, uno spettacolo imparagonabile a qualsiasi altra esperienza, che davvero ha bisogno di una parola, di un nome specifico per essere nominato. Un’invasione, stavolta. Una colonia intera mi assalta. Dal petto alla gola, mi opprime. Migliaia di piccole formiche senza colore. Trasparenti, invisibili.

Non so come arrivare a domani.
Ho imparato a controllarmi, sono stato costretto a farlo. Domino il respiro, mordo le labbra, sorveglio i movimenti non appena il prurito inizia a montare. Attendo. Negli anni ha sempre funzionato.
Sono grato a queste tecniche e alla costanza che ho avuto nell’applicarle. Ho imparato a padroneggiare il corpo e i pensieri, senza lasciarmi precipitare nell’angoscia. Autocontrollo, dentro e fuori. Ma stanotte è troppo.
Stanotte non so come arrivare a domani.
 
Mi allontano dalla finestra. Vago per la stanza, con la certezza di essere l’unica persona sveglia nell’albergo a quest’ora. Anche i ciliegi sembrano addormentati.
No, mi sbaglio: se pure non ho colto il momento dell’apertura del bocciolo, se pure la vista umana non può catturare la tensione dei boccioli, la fioritura è in atto. Magari silenziosa e impercettibile, eppure inarrestabile. Ogni primavera, ogni anno, questi alberi rosa danno vita al miracolo del rinnovamento. Lo fanno perfino in una città come questa, dove una volta, prima della fine del tempo, agiva – silenziosa e impercettibile – un’altra forza. In questo posto dove l’energia atomica ha colpito prima con l’esplosione di un ordigno poi con l’avvelenamento nucleare. Perfino qui, i cicli della natura hanno la meglio sugli effetti più letali della tecnologia umana.
 
Sul tavolo c’è una lettera. Le dita sfiorano la superficie. Ho atteso così a lungo per poterla aprire… Stanotte, adesso, finalmente posso farlo. Ma devo calmarmi, prima, e sono due ore che ci provo. Calmarmi, per leggere quelle righe sulla carta e non soffrire. Devo calmarmi, ma sento i crateri aprirsi sul mio corpo. Un numero incalcolabile di buchi che si riempiono e si svuotano e si riempiono di nuovo.
Entrano ed escono ed entrano, le formiche meccaniche. Trasparenti, invisibili. Non vanno via.
Mai.
 

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