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Ci vuole arte per dire “no!” alla repressione

IL 119 10.03.2020

Un frammento del video che documenta l’opera-performance "La caída" di Alejandro De La Guerra

Il pugno di Ortega si abbatte su chi si oppone al regime. Ma opere e installazioni riescono a dare un po’ di ossigeno alla voce del dissenso

Ha ricostruito il monumento equestre di Anastasio Somoza, il fondatore della dinastia che per quarant’anni governò il Nicaragua. Poi ha chiesto alla gente del quartiere di legarlo e tirarlo giù, proprio come successe nel 1979, quando un popolo in rivolta metteva fine alla brutale dittatura. Era la rivoluzione sandinista. Alejandro De La Guerra, 33 anni, uno dei migliori artisti latinoamericani, ha replicato quel gesto corale e ne ha fatto un’installazione acquisita dalla Fondazione Ortiz Gurdián. Un modo per ribaltare la retorica della rivoluzione e «ricordare che qui la storia ha preso una smorfia tragica e sembra ripetersi», dice. In Nicaragua, nell’aprile 2018, in massa hanno contestato il regime di Daniel Ortega, che al tempo della rivoluzione era il volto dei liberatori e da quando è ritornato in sella, nel 2007, ha trasformato il Paese in un luogo claustrofobico, in mano al suo clan familiare. Le proteste sono state represse nel sangue. Questo, ora, è un Paese triste e una pentola a pressione. Ecco perché l’opera di De La Guerra è una visione così potente.

Quella degli artisti, soprattutto giovani, è una piccola comunità vibrante e irriverente con il potere. Racconta Fredman Baharana (30 anni): «Sappiamo che ci dobbiamo scontrare sia con un regime paternalistico e autoritario, sia con un ordine machista e conservatore che contamina anche l’opposizione». Sfida non facile. Baharana attinge alle tradizioni indigene e popolari e le mischia nelle sue performance con i linguaggi queer, per contestare le identità sessuali, di classe e razziali. Su un orizzonte simile, anche Miguel Diaz Rizo (28 anni). Il suo alter ego, Lola Rizo, manipola il registro delle drag queen, sostituendo il solito fasto dei costumi con un travestitismo sdrucito e poetico, «per portalo fuori dal mainstream, sul terreno di una realtà brutale a cui bisogna reagire».

Costruire nuove comunità, dunque, sembra il loro obiettivo. Lo sa bene Patricia Belli (55 anni), l’infaticabile animatrice di EspIRA, un’associazione che si riunisce nella Galleria Códice della capitale. Dal 2005 è il più prestigioso centro di formazione d’arte, pur informale: «Abbiamo attinto a fondi internazionali come la Foundation for arts initiatives, o l’olandese Hivos. La vera sfida è non lasciare soli gli artisti. Nell’attuale crisi economica e politica, rischiamo di perdere un grande capitale umano».

Resiste la Fondazione Ortiz Gurdián, proprietà di una delle famiglie più ricche del Paese, che nel 2000 ha aperto il museo a León, acquisendo e restaurando sei case coloniali adiacenti e collegandole tra loro: 5mila metri quadrati, per una delle collezioni più grandi in America Latina. Alberto Torres, che la dirige, ricorda le dieci edizioni della Biennale nicaragüense e altrettante di arte centroamericana. «Ora la crisi ha bloccato tutto, ma questo è uno spazio rimasto sempre aperto», racconta a IL. Torres ci mostra un’altra opera realizzata da Alejandro De La Guerra, un grande carosello in cui gira un cavaliere che ogni volta finisce per sbattere con la testa su un palo fisso a terra. Un altro monito, nella tragica parabola nicaraguense.

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