Appendice

Ho inventato una ninna nanna che tiene sveglia mia figlia

IL 119 18.03.2020

Adele “gnaula”, si agita e miagola, poi trilla e strilla e mi trapassa i timpani. Io non mollo, del resto «gli uomini sono fatti per le navi che bruciano». Me lo ha garantito Joseph Conrad

Ho inventato una ninna nanna che tiene sveglia mia figlia. Preso atto del fallimento genitoriale già al debutto, nella mia anima di essere umano in costante debito di sonno si è spalancato un burrone. Ma ricostruiamo i fatti. Notte feriale, la città glassata dal gelo e avvolta nel silenzio. Remota lucina di una finestra al secondo piano che brilla – gialla – nel nero pece delle 3.52, l’ora in cui i poeti bevono amaramente e il diavolo suona il blues. Interno familiare: un uomo sfinito, una donna sfinita, e una bimba arzilla di un mese e mezzo. Poppata terminata e formalità digestive espletate. Inizio della fase più complicata: farla addormentare.

«Tranquilla, amore, tu sei stanca. Me ne occupo io». Senza fingere una debole protesta né erigere una statua alla mia clamorosa generosità, la mia ragazza mi risponde ok, rinfodera la mammella, sparisce nel piumone e grugnisce una subitanea e incredibile fase rem, lasciandomi solo di fronte al cimento più complesso che la natura abbia previsto. Abbandono la camera da letto e comincio, beccheggiando e rollando dolcemente, a navigare su e giù per il corridoio. Non ho paura: ho la mia ninna nanna, funzionerà. Così attacco le prime strofe della mia strepitosa operazione culturale in forma poetica (per carità, non immaginatevi chissà che, solo una canzonetta su uno scoiattolo ladruncolo in dieci stanze di tredici versi di cui tre settenari con schema di rime ABCBAC CddEffE in cui l’ultimo endecasillabo di ogni stanza presenta una rima al mezzo con il settenario che lo precede) ma ecco che Adele – frutto dei miei lombi, unica speranza nel domani – rovina la mia prima esecuzione. Non si mette a piangere in senso letterale, questo no, figuriamoci… Però “gnaula” e miagola, finché attacca con quell’operazione che non promette niente di buono e che io e sua madre chiamiamo “clacson”: colpetti di pianto, brevi conati di protesta, minuscoli scrosci di insofferenza. Non mi perdo d’animo e sibilo due cretinate affettuose in quel capolavoro minuto che è il suo tenero orecchio. Gliela ricanto. I segni nefasti aumentano: sgambettamenti, un brulichio di minuscoli arti scompigliano la coperta a elefantini rosa in cui è avvolta, smorfie profonde. Imperterrito, la cullo variando ritmo, per nulla intenzionato ad abbandonare la nave della poesia mentre continuo a ribadirle in quelle ottuse parodie di orecchie la mia straordinaria ninna nanna, con vigore un po’ risentito. Niente da fare: Adele si agita, trilla e strilla e mi trapassa i timpani. Io non mollo, del resto «gli uomini sono fatti per le navi che bruciano», o per lo meno così mi garantiva Joseph Conrad in Giovinezza, l’ultimo libro letto tutto d’un fiato prima del Lieto Evento. Dunque riattacco. (Ti ho composto una ninna nanna? Tu adesso la ascolti e dormi!).

La reazione è il disastro definitivo: mia figlia urla, piange a boati e io non so come calmarla e ricondurla alla ragione. Ragione? Ma quale ragione? E mentre lei si sganascia in un pianto sempre più disperato, l’amara verità, alle 4.35, in corridoio, mi esplode in faccia: io sono un uomo solo. Io e mia figlia siamo l’uno dell’altro e ci apparteniamo e apparterremo anche nostro (suo) malgrado, ma non siamo e non saremo mai prossimi. Al contrario, siamo già distanti anni luce, due esseri che si guardano da due capi opposti di un’anagrafe, da due pianeti diversi nello stesso corridoio, accuditi dalla stessa lucina al secondo piano, mentre la notte e l’insonnia spietata rafforzano la nostra estraneità, che tuttavia è così assurdamente intima… Nessuno potrà risolvere la questione aperta che siamo, e il conto non sarà mai pari, le mie ninne nanne non saranno mai le sue, io avrò sonno mentre lei sarà sveglissima, io sarò sempre un uomo solo e lei una ragazza a capofitto, io sragionerò credendo di ragionare e lei se ne fregherà, le nostre notti saranno inconciliabili. Ma alle 4.35, lungi dal disperarmi, questo pensiero mi ha fatto ridere. E ridevo, ridevo da solo. Al che Adele ha smesso di piangere e si è addormentata da sé, mentre un padre con mostruoso debito di sonno, alle 5 del mattino, nella luce gialla di un corridoio al secondo piano, imparava che non contare niente, a volte, è bellissimo.

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