Nelle parole che pronunciamo, e nel modo in cui le pronunciamo, risiede la nostra identità. Forse è per questo che, proprio quando tutto sembrava passare per la scrittura (post, tweet e messaggini), le nostre corde vocali ricominciano a farsi sentire (purtroppo anche su WhatsApp)

Nella borsa valori dei vocaboli, la parola “voce” ha da qualche tempo quotazioni alte, perlomeno in campo editoriale. Laddove, fino a qualche tempo fa, si usavano parole come “penna” e “scrittura” («Si riconosce la penna di Caio…», «La scrittura evocativa di Tizio è capace di…»), ora nelle bandelle, nelle cartelle stampa, nelle recensioni, nelle fascette e nello small talk tra persone che si occupano di libri si usa molto la parola “voce”: «Tizio è una delle migliori voci della nuova generazione», «Caio è una delle voci più originali e autentiche…». Forse perché – in questa stagione dominata dai memoir e dall’autofiction, e in genere da storie precedute dal pronome di prima persona singolare – la presenza di una voce, e cioè dell’“io” inconfondibile di un autore, è più apprezzata del mestiere innervato dal talento (la penna) o del talento educato dal mestiere (la scrittura). Negli audiolibri, che stanno conoscendo un certo successo anche tra chi non ha problemi di vista, la cosa si complica, perché in quel caso la voce non è quella dello scrittore, ma quella di un attore – e quindi fermiamoci sui libri tradizionali, quelli stampati su carta. Ecco, il fatto che la voce sia diventata il segno di identità per eccellenza in una disciplina artistica, la scrittura, che è per sua intrinseca natura muta, è un mistero, bilanciato però da un mistero uguale e contrario in campo musicale, che riguarda la colonna sonora di questa stessa epoca: la trap. Infatti, benché i suoi testi siano ovviamente cantati, o comunque “detti”, e benché siano anch’essi concentrati, come mai prima, sulla cronaca di storie personali o personalissime, la trap tende a piallare la riconoscibilità (questa volta, sì, uditiva) della voce che dice “io” con un uso massiccio dell’autotune. Sarà per questo che i trapper, quando parlano del loro lavoro, usano più spesso il verbo “scrivere” del verbo “cantare”.

Intanto, mentre gli scrittori parlano e i cantanti scrivono, la voce come espressione fondamentale dell’esibizione della propria identità è tornata con prepotenza nelle conversazioni per via telefonica. Quando era ancora la telefonia fissa a prevalere, le chiamate erano frequenti – e il riconoscere la voce da un generico «Ciao sono io!», senza l’ausilio di nessuna rubrica che fornisse anticipatamente il numero sul display, era segno di familiarità vera. Poi però quando gli apparecchi fissi sono stati sostituiti dai cellulari prima e dagli smartphone poi e le telefonate sono state sostituite dagli sms prima e dai whatsapp poi, dall’uso telefonico era quasi scomparsa la voce. Alla fine, però, con i cosiddetti vocali, il sonoro è tornato, e lo ha fatto appunto con prepotenza, la prepotenza di quei dieci minuti di messaggio audio che sostituiscono quelle che sarebbero state soltanto due righe scritte di messaggio – perché lavorare stanca e digitare pure.

Se nei libri stampati su carta e nelle app nate per la messaggistica per iscritto, e cioè in settori in cui l’audio non era previsto, gli scrittori e gli amatissimi virtuosi dello «Scusa se ti mando un vocale, ma…» sono riusciti a far sentire la loro voce, si è pensato di poter replicare il miracolo anche sulla pelle. Un paio di anni fa si diffuse infatti la convinzione che ci si potesse tatuare la voce dei propri cari – dalla cara nonnina all’amico scomparso prematuramente. Pareva cioè che fosse possibile farsi inchiostrare sul corpo il tracciato di un’onda sonora e che, inquadrandola con lo smartphone, la si potesse leggere, riproducendo la voce che si voleva portare per sempre con sé. Poi, quando si è capito che non si trattava di un vero tracciato dell’onda sonora, ma soltanto di una sorta di QR Code a zigzag che rimandava a un breve file audio che si doveva preventivamente affidare a pagamento al database di una specifica app, il tatuaggio sonoro ha perso quasi tutto il suo romanticismo e un po’ del suo interesse. Tanto più che nel caso del tatuaggio la voce era una questione di “lei” (la cara nonnina) o di “lui” (l’amico scomparso prematuramente) mentre sembra che la voce sia perlopiù una questione di “io”, “io”, “io”, “IOOO!!!».

Infatti, finché abbiamo dovuto pronunciare degli impostati «Ehi, Siri!», «Alexa!» e «Ok, Google» con la robotica precisione di un esame di dizione, i dispositivi a comando vocale non hanno avuto grande successo: la nostra suscettibilissima personalità si sentiva offesa dal dover modificare la bellezza unica della propria impronta sonora per parlare con loro. Ma, ora che le macchine ci “sentono” sempre meglio e che la nostra voce, quella vera, potrà essere capita lo stesso dalle intelligenze artificiali, forse inizierà a piacerci davvero, almeno nei momenti di solitudine, chiacchierare con i nostri device. Anche se, per la verità, sentire le voci quando si è a casa da soli non è mai stato considerato un buonissimo segno.

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