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La megalomania di DAU è finalmente un film, anzi due

06.03.2020

Viktoria Skitskaya in una scena da “Degeneratsia” di Ilya Khrzhanovsky

Un folle esperimento durato tre anni – nel frattempo diventato installazione immersiva a Parigi – ha trovato la sua prima sintesi in una coppia di pellicole, presentata al festival di Berlino, della durata complessiva di 8 ore e mezza. Ne mancano all'appello circa 691

In una notte di fine settembre 2018, al termine di una giornata di “team building” con l’agenzia cinematografica per cui lavoravo, mi sono ritrovata in un teatro circondata da russi che incitavano me e i miei colleghi a bere. La coercizione era amichevole, ma allo stesso tempo sinistra. Le bevande offerte in bicchierini di cristallo erano varianti inedite di vodka: allo zenzero, al succo di cetrioli, al miele. Nei singhiozzi tra una sorsata e l’altra, stuzzichini di pumpernickel con caviale, aringhe e cetriolini venivano serviti su vassoi d’argento. I ricordi della nottata sono sfocati e girati male, come in una dozzinale scena di baccanale.

Si era nel Maxim Gorki Theater, storico teatro berlinese disegnato da Schinkel, dove la squadra del progetto DAU aveva situato il proprio quartier generale. Lì era stata fedelmente ricostruita parte dell’originale set ucraino, un fittizio Istituto di Ricerca per la Fisica e la Tecnologia nonché scenografia di un biopic sul fisico e premio Nobel Lev Landau, ambientato in Unione Sovietica. Mobili di legno massiccio, mappamondi e posaceneri pesanti erano distribuiti nelle varie sale; nella più grande sedevano diverse persone al lavoro, indossando auricolari. Era notte fonda e questi personaggi —comparse? impiegati? — sembravano spie di turno in un grande bureau investigativo. Il piano era ricreare una parte del Muro — quasi un chilometro — nel cuore della capitale, ospitando varie installazione multimediali all’interno di una superficie totale di 35mila metri quadrati. Nonostante un primo via libera della città e il sostegno di artisti locali come Tom Tykwer (Lola corre), Lars Eidinger e Ai Wei Wei, il progetto fu annullato all’ultimo momento per motivi di tempo e sicurezza.

Natasha e l’aiutante Olga

Non scoraggiato, il progetto DAU ha inaugurato a Parigi l’anno successivo, dopo una capillare campagna pubblicitaria con Isabelle Huppert, Gerard Depardieu, Isabelle Adjani. I teatri du Châtelet e de la Ville — che si voleva originariamente “forare” e collegare con un ponte — ospitarono l’evento. Previo acquisto di un “visto” per assistere alle performance multimediali che riempivano gli spazi, i visitatori erano obbligati ad abbandonare i propri smartphone all’ingresso. A ciascuno era assicurata la possibilità di guardare almeno uno dei 13 lungometraggi tratti dal pantagruelico progetto cinematografico a monte.

A questo giro, forse complice un impatto meno invasivo sulla città, Berlino ha accolto due dei film tratti dalle 700 ore di ripresa, DAU Natasha e DAU Degeneratsia, invitandoli alla Berlinale rispettivamente in concorso e nella sezione Special. Il regista Ilya Khrzhanovsky (Mosca 1975) è mente ed esecutore dell’intero progetto, ma la direzione è condivisa con Jekaterina Oertel (di professione truccatrice, nel caso di Natasha) ed Ilya Permakov (montatore, per Degeneratsia). A fine festival, Natasha è stato premiato per la fotografia del veterano Jürgen Jürges, uno dei contributi della partecipazione tedesca al film (che è una coproduzione Russia, Francia, Ucraina e Germania).

Arduo districarsi nella genesi del progetto: dopo l’esordio con 4, Khrzhanovsky concepisce un film biografico sullo scienziato Lev Landau — origine del titolo e figura di riferimento non solo per la fisica quantistica, ma anche per il dibattito sulla liberazione sessuale russa pre Sessantotto. Ma nel 2009 il progetto comincia a prendere altre forme: nella cittadina ucraina di Kharkiv — scelta poiché rappresentante “massima sovieticità” — viene costruita, sui resti di una piscina, un’immensa scenografia altresì conosciuta come “l’Istituto”. Su questo set, nei tre anni successivi, passeranno oltre 10mila comparse e lavoreranno, vivendoci, 300 persone in media contemporaneamente. Mentre si calcola che almeno 1 ogni 7 abitanti di Kharkiv abbia partecipato al progetto, i confini tra staff e attori, tra privato e pubblico, vengono sconvolti. Tutti sono chiamati ad abbandonare le proprie identità per indossare nuove biografie e nuovi abiti. Gli oggetti di scena diventano di proprietà, come i costumi e il linguaggio d’epoca: dalle mutande agli occhiali, alle scatolette di pesce, fino ai rubli o alle parole che descrivono cose del presente come “discoteca” o “internet” — tutto viene retrodatato al periodo tra 1938 e 1968.

Il rapporto sessuale non simulato tra il personaggio di Natasha e quello di Luc Bigé

Non si filma consecutivamente poiché i blocchi temporali vengono ricostruiti volta per volta. Si vive però consecutivamente: «Abbiamo visto coppie formarsi e lasciarsi, nascere amicizie e bambini», è il ritornello ufficiale di chi è vicino al progetto. Non esistono “attori” nel senso normale del termine: chiunque sul set diventa performer. Come si sia riuscito a mantenere economicamente e psicologicamente un progetto così colossale rimane domanda aperta. L’oligarca delle telecomunicazioni (e anni fa indagato dal FBI) Serguei Adoniev è stato indicato come benefattore del budget di produzione, che si aggira intorno ai 70 milioni di euro. Questo dato, a differenza dei metri di pellicola usata o il numero di parole sottotitolate, non viene condiviso dalle fonti ufficiali.

Pur non volendo oscurare la qualità dei singoli film, è impossibile parlare di DAU senza menzionare questi numeri. Il fattore più controverso è forse, però, questo: il contesto rischia di sopraffare il valore cinematografico dei film. Che dalla loro sfuggono a intrecci facilmente riassumibili. Se il lungo (6 ore) Degeneratsia tocca diversi temi filosofico-teologici e storico-politici, Natasha è il ritratto puntuale e coeso di una delle impiegate dell’Istituto, colta in varie situazioni quotidiane. Si va dalle scene più mondane, in cui la vediamo al lavoro nella mensa dell’Istituto, a quelle più scioccanti, in cui è vittima di un violento interrogatorio con un colonnello del KGB. In tutte le variazioni, l’attrice Natasha Berezhnaya esibisce, probabilmente a sua insaputa, un punctum capace di stregare l’osservatore sia casuale che intenzionale.

Natalia Berezhnaya in “Natasha”

Da spettatori rimaniamo incastrati in questo interrogativo, cercando di decifrare dove si ferma l’ingenuità dei soggetti e dove comincia la manipolazione della macchina cinematografica. Non solo il montaggio finale, ma innanzitutto i lavori di ripresa in loco e di selezione del materiale poi. Le famose 700 ore di girato sono filmate in 35 mm, con l’ausilio di un sistema di specchi per sfruttare la luce diurna e registrando l’audio tramite microfoni nascosti nei cavi elettrici (una modalità direttamente copiata da tattiche di spionaggio), permettendo così di riprendere l’azione ovunque sul set. Pensando all’ambizione “onnisciente” del progetto, in molti citano The Truman Show o il Grande Fratello. O ancora, per chi l’ha visto, Synecdoche New York di Charlie Kaufmann.

Però, per rendere giustizia a un prodotto come Natasha, è essenziale la componente umana: nella presenza scenica del personaggio di Natasha e dei suoi colleghi — un gruppo di scienziati e la cameriera più giovane Olga — sta il segreto accattivante del film. In questo ibrido tra documentario ed esibizione controllata, voyeurismo e investimento emotivo, si è parlato soprattutto (troppo) di due sequenze: il rapporto sessuale non simulato tra il personaggio di Natasha e quello di Luc Bigé, scienziato straniero in visita, e il sopracitato interrogatorio da parte di Vladimir Azhippo, agente del KGB. A quanto rivelato dalla cartella stampa ufficiale, Azhippo fu in Unione Sovietica davvero attivo e apprezzato per le sue doti di torturatore. La stessa cartella stampa sottolinea, non senza il maligno senso dell’umorismo del regista, che all’indomani della caduta del Muro e fino alla sua morte nel 2017, Azhippo fu presidente di Amnesty International in Ucraina.

Un'altra immagine tratta dal film

Di fronte a queste informazioni viene voglia di svincolarsi dal percorso mediatico promosso dal creatori del progetto e protestare puntando l’attenzione sul contenuto piuttosto che sul “production value”. In Natasha è il rapporto tra la protagonista e l’aiutante Olga a ipnotizzarci. In particolare in due sequenze, in cui l’antipatia tra le due donne sfocia prima in una vera e propria rissa e poi in una rovinosa sfida alcolica. Guardando le due prendersi a male parole, brindare all’odio reciproco o mostrarsi solidali di fronte alla predominanza maschile nell’Istituto, si prova una strana soddisfazione: il desiderio di continuare a osservare per vedere che cosa succederà, pur sapendo che non accadrà nulla di speciale.

Eppure i dati di DAU pesano: mi chiedo se l’atteggiamento riottoso delle due donne sia frutto di una performance spontanea o piuttosto della direzione misogina del regista. Già nel primo e storico reportage su DAU apparso su GQ nel 2011, Khrzhanovsky viene dipinto come un genio maniacale, col pallino fisso e anche l’oscena abitudine di apostrofare le donne come prostitute. E certo non ha aiutato l’intervista pubblicata dalla Taz alla vigilia della première, in cui una ex collaboratrice ha denunciato i metodi manipolatori del regista. Nella frustrazione di apprezzare un contenuto dal contesto così controverso, rimane una certezza. In un’opera così megalomane, la natura collettiva del cinema tutela i suoi partecipanti, ed è a loro che vanno dedicate le ultime parole: nulla di ciò che abbiamo visto sarebbe stato possibile senza lo sforzo comune delle persone che vi hanno lavorato.

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