La siccità che colpisce da anni il Sudafrica sta falcidiando allevamenti e animali selvatici. Con gravi ripercussioni per l’economia locale

Ai bordi delle strade, carcasse di antilopi seccano al sole, ricoperte da nugoli di mosche. Mandrie assetate pascolano su terreni spaccati da larghe crepe, e la polvere sollevata dal vento si deposita sul fondo delle piscine vuote, sui prati arsi. È lo scenario apocalittico con cui si confrontano gli abitanti del Sudafrica, uno dei luoghi più violentemente colpiti dagli effetti del riscaldamento globale. «La stagione secca si sta allungando e intensificando. Da noi, il cambiamento climatico è una realtà che si può toccare con mano», ha dichiarato lo scorso novembre, Lindiwe Sisulu, ministra dell’Ambiente e dell’Acqua. Secondo l’Onu, in Sudafrica le temperature stanno salendo due volte più velocemente che nel resto del pianeta. La siccità perdura da quasi sei anni, mentre le dighe hanno diminuito la portata dei loro bacini fino al 60 per cento rispetto all’anno precedente. Sembra concretizzarsi sempre di più l’incubo del Day Zero, il catastrofico giorno in cui il Paese esaurirà le riserve idriche.

Conseguenza della crisi ecologica è il declino inarrestabile del turismo legato agli animali selvatici, fiore all’occhiello dell’economia sudafricana. Turisti e cacciatori iniziano ad abbandonare le savane dove rinoceronti, antilopi, impala, bufali e orici si fanno sempre più rari. Il Wildlife Ranching South Africa (WRSA) sta conducendo un’inchiesta per determinare l’impatto economico della crisi sugli oltre 9mila ranch del Paese. Prendiamo il caso del Thuru Lodge. Dimora di circa 4.500 animali selvatici, la riserva ne ha persi circa mille a causa della siccità. Le carcasse vengono accumulate nelle miniere abbandonate ai margini della proprietà. L’industria ha registrato un calo di circa il 20 per cento nel numero delle presenze. Ma safari, caccia e turismo non sono l’unico business a rischio. Nella provincia del Karoo, conosciuta per gli allevamenti di angora e merinos che riforniscono l’industria globale del lusso, gli agricoltori sono obbligati a scavare pozzi a profondità sempre maggiori.

Molti si arrendono e mettono in vendita le attività. Ma di compratori all’orizzonte non se ne vedono, visto che la situazione è questa e le tendenze climatiche tolgono fiato alla speranza. Le Ong si occupano di rifornire di acqua i punti di distribuzione presi d’assalto dalla popolazione. Le restrizioni idriche sono diventate necessarie per preservare le riserve e per abituare gli abitanti a un approccio più ragionevole ai consumi. In alcune province, i nomi dei maggiori sperperatori sono pubblicati sui giornali, e il governo martella con annunci ad hoc: «Se è giallo, lasciatelo nel trono», consiglia una campagna che invita a non tirare l’acqua ogni volta che si va in bagno.

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