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La triste morale delle Favolacce

03.03.2020

Elio Germano in “Favolacce”, dei fratelli D'Innocenzo, a cui è andato l'Orso d'argento per la migliore sceneggiatura alla Berlino. Sempre a Berlino, Germano ha vinto l’Orso d’argento dedicato al miglior attore visto al festival per la sua interpretazione in “Volevo Nascondermi” di Giorgio Diritti

Visti al festival di Berlino, il film dei fratelli D'Innocenzo e “Semina il vento” di Danilo Caputo tratteggiano – con chiavi diverse – la disillusione nei confronti delle generazioni che guidano il Paese. E la necessità di sviluppare strategie di “sopravvivenza” alternative

Come diceva Nanni Moretti in Caro Diario? «Be’, Spinaceto pensavo peggio, non è per niente male». Lo stesso si può dire di uno dei (tre!) film italiani in concorso al 70esimo festival del cinema di Berlino, Favolacce dei fratelli D’Innocenzo, a cui è andato l’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura. A uscirne bene non è, però, il quartiere a Sud di Romam ambientazione del film, bensì il lavoro dei gemelli Damiano e Fabio, che dopo l’esordio scoppiettante di un paio d’anni fa sempre alla Berlinale — nella sezione Panorama con La terra dell’abbastanza – hanno portato al festival un’altra storia a metà tra mondo adulto e bambino.

In un sobborgo canicolare di casette prefabbricate e immerse nel verde, siedono a cena due famiglie. Due padri (Elio Germano, Max Malatesta) e due madri (Barbara Chichiarelli, Cristina Pellegrino), una schiera di figli. Mangiano in piatti di plastica, bevono bibite zuccherate in bicchieri di plastica, usano leggere forchettine di plastica con la disinvoltura di chi le apparecchia tutti i giorni. Uno schiaffo alla borraccia di Beppe Sala, ai thermos di metallo ecologici che la Berlinale distribuì free for use qualche anno fa. Il personaggio di Germano, con la consolidata smorfia da cattivo in ciabatte, scocciatissimo, mette subito in chiaro due cose: i “grandi” sono il male, e lui è disoccupato. Il milieu è umile, proletario ma con ubris. Chiama i figli — i piccoli Placido, in effetti molto miti almeno fino a un certo punto — a leggere i voti della pagella. Tra le risate del pubblico scopriamo che hanno tutti dieci.

S’infilano così una dopo l’altra una serie di scenette d’umore nero, sketch buoni come l’idea di partenza di un cortometraggio o di una pubblicità, che tratteggiano un mondo di adulti gretti, falsi e rosi da invidie reciproche. I bimbi sono sulla buona strada per diventare come loro, solo che “son regazzi” e dunque le loro deviazioni fanno più ridere che spavento. Il trucco è quello vecchio e anche un po’ pigro del mettere in bocca ad attori bambini, che già parlano con impostato italiano standard, frasi-simbolo della moralità corrotta degli adulti. Solo che in Favolacce i fratelli D’Innocenzo portano l’esperimento alle estreme conseguenze: dalle parole ai fatti.

Ancora "Favolacce”, ambientato nella suburra romana

È qui che si consuma lo scarto positivo dei due autori nati nel 1988, che dimostrano il genio dei monelli “special”, quelli magari con la battuta zozza sempre pronta ma in realtà timidissimi se provi ad approcciarli. Chissà se quel luccichìo un po’ perverso l’hanno sviluppato perché sono artisti poliedrici e autodidatti (è loro Mia madre è un’arma, raccolta di poesie uscita per La Nave di Teseo, e di prossima pubblicazione è anche un libro fotografico edito da Contrasto) o seguendo il padre pescatore tra Nettuno, Anzio e Lavinio. Se ci fosse tempo, una cartella a parte sarebbe da scrivere sulla fascinazione dei registi italiani per la periferia laziale. Dopo la Tor Sapienza dei Cuori Puri di Roberto de Paolis, Nettuno è protagonista di Sole, l’esordio lungo di Carlo Sironi, chiamato tra l’altro al festival da Paolo Taviani, a sua volta invitato a festeggiare settant’anni di Berlinale in dialogo con il film Cesare deve morire che vinse l’Orso d’Oro nel 2012. Si direbbe che ci manchi l’Ostia di Non essere cattivo. Forse speriamo nel recupero di una sceneggiatura inedita di Caligari o almeno in una serie sul Circeo tratta da La scuola cattolica di Edoardo Albinati. O forse è solo colpa della Lazio Film Commission?

Divagazioni sulla location laziale a parte, i fratelli D’Innocenzo guardano a un altro cinema, sia nostrano che estero. Meno realismo e più surrealismo: i critici stranieri chiamano in causa Sorrentino, ma il modello è l’altro orgoglio italiano, quello più dimesso, coerente, di talento più lineare. I gemelli hanno lavorato alla sceneggiatura di Dogman e a Matteo Garrone offrono omaggio diretto e allo stesso tempo ironico rifacendo “paro-paro” una scena iconica di Gomorra. Tra gli influssi stranieri, sono due registi austriaci che vengono in mente: il Michael Haneke degli inizi — vedi Il settimo continente, senza dar via troppi indizi sul finale — e l’osservazione estetico-sociale di Ulrich Seidl, che sia nei doc che nella finzione —Canicola su tutti — rivela le idiosincrasie e cattiverie del borghese piccolo piccolo. Ma Seidl è un regista più disonesto, perché giudica il reale presentandolo in veste estetizzante.

Yile Yara Vianello in “Semina il vento”

Anche i D’Innocenzo fanno un cinema morale, ma la loro critica è obliqua, e il soggetto è protetto dall’apparato grottesco. In Favolacce, Spinaceto è lo stargate di un universo peggiorativo, una società esplicitata come italiana solo da un paio di battute ed elementi extra-diegetici ma che potrebbe esistere ovunque. Lo dicono anche loro, che una storia così si potrebbe trovare in Vonnegut o in Richard Yates se fosse vissuto ai tempi dei fratelli Grimm. Come la casa della strega di Hansel e Gretel, le villette a schiera di Spinaceto ispirano calore e benessere, ma al caminetto domestico si sostituisce un nido di ansie, pregiudizi ed egoismi. Dice il narratore Max Tortora che sono fiabe concepite da bambini e restituite allo spettatore deformate dalle voci dei grandi. Un altro modo, insomma, per descrivere lo sguardo dei fratelli D’Innocenzo, infantile ma autocritico e consapevole allo stesso tempo.

Sebbene non in concorso, l’altro titolo italiano al festival che cattura l’attenzione è di ambizioni minori ma complessivamente più coerente, grazie a una struttura classica che però non limita le possibilità espressive del visivo. Semina il vento è l’opera seconda del regista pugliese Danilo Caputo, che — racconta la biografia ufficiale — dopo l’esordio nel 2014 con la Mezza stagione, ha trovato lavoro come postino a Parigi. Con quest’informazione si vuole forse suggerire una versatilità artistico-professionale simile a quella dei fratelli D’Innocenzo. Quello che senz’altro accomuna i due film è la disillusione nei confronti delle generazioni che guidano il Paese, e la necessità di sviluppare strategie di “sopravvivenza” alternative.

“Semina il vento” è il secondo film firmato da Danilo Caputo

Nica, una studentessa di agraria di ritorno nella nativa provincia di Taranto, trova i genitori sommersi dai debiti e gli uliveti di famiglia invasi da un aggressivo parassita blu. Lo stabilimento chimico nei pressi non ha ancora chiuso, perché la disoccupazione dilaga e «la gente preferisce morire di cancro che di fame». Gli altri, intorno a Nica (Yile Yara Vianello, che da sola è responsabile almeno di un terzo della qualità del film), sono infestati da un lassismo rassegnato che causerà mali dalle parti dei buoni e dei cattivi. Anche questa è a modo suo una fiaba, Semina il vento è una novella animista nell’epoca dell’Antropocene, in cui la scienza, se impiegata con onestà e intelligenza, può ancora correggere gli errori delle generazioni passate e dare speranza per il futuro.

Guardando questi “nuovi” registi italiani crescere, due sembrano le strade da percorrere: il pessimismo e la ribellione. Dove queste porteranno è ancora tutto da vedere.

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